La prima uscita di Salvini e Vannacci? Una noia mortale

Finalmente insieme, finalmente sullo stesso palco. Matteo Salvini e Roberto Vannacci hanno parlato sotto le colonne del Tempio di Adriano, a Roma, in occasione della presentazione del libro autobiografico del leader leghista “Controvento. L’Italia che non si arrende”. L’attesa era molta, ma chi si aspettava qualche nuova uscita ad effetto, tipo bagni separati per colitici o abolizione dei limiti di velocità sulle strade di campagna, è rimasto deciusamente deluso.

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Il capo del Carroccio e la sua “punta di diamante”, quel generale a cui ha affidato il difficile compito di risollevare le sorti della Lega e soprattutto della sua traballante leadership, non hanno regalato grandi soddisfazioni all’esercito di giornalisti e cameramen accorsi per l’occasione (108 accreditati più un discreto numero di “imbucati” come il sottoscritto…). Eppure l’esordio sembrava scoppiettante: “Non tollererò mai censura, bavaglio e ipocrisia. Oggi siamo nella stessa sala, una coppia luciferina per la sinistra”, ha ironizzato Salvini riferendosi al fortunato libro del generale: quasi 300 mila copie vendute, decine di presentazioni in giro per l’Italia, centinaia di articoli di giornale e invitate in televisione quasi quotidiane. Una censura decisamente mal riuscita, insomma. Poi, come se qualcuno avesse staccato qualche interruttore, i due si sono messi sulla difensiva, spiegando per un’ora e mezza che loro non sono i cattivi, ma che i cattivi sono gli altri, quelli che fanno finta di essere buoni. In sala il consueto personale politico precettato per l’occasione e quasi nulla di quello che di solito viene definito “Paese reale”. Nelle retrovie volti già noti negli ambienti dell’estrema destra romana, come l’ex Casa Pound oggi in forza alla Lega, Mauro Antonini. Sulla schermata di qualche cellulare appare l’inconfondibile sagoma di Benito Mussolini, quello che per Vannacci è stato uno statista. Qua e là un trionfo di ritocchini estetici, discutibili abbinamenti di colore, abuso di profumi e dopo barba come se i flaconi li regalassero al duty free di Fiumicino.

Salvini: “Le elezioni europee non avranno influenza sul governo”

Pochi anche i politici, a confermare l’isolamento del “capitano”, che ha imposto il nome del generale ai suoi stessi dirigenti. Nelle prime file troviamo il fedelissimo ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara. E poi il sottosegretario Claudio Durigon, il vicesegretario leghista Andrea Crippa; un po’ defilato il senatore Claudio Borghi. Sorride Francesco Storace: a lui uno come Vannacci non può non piacere. Due i passaggi forse degni di nota e in entrambi i casi Salvini mette le mani avanti. Il primo: “Le elezioni europee – assicura – non avranno influenza sul governo che durerà per i cinque anni di legislatura. Non c’entrano nulla con rimpasti, cambi di presidenze di commissione o altro. Poi, nel 2027, saranno gli italiani a decidere”.

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L’altro è una battuta sul processo che lo vede imputato per il caso Open Arms: “Se mi condannano e pensano che io demorda, hanno trovato la persona sbagliata e il partito sbagliato”, spiega. Non manca un velato attacco agli alleati di governo: “Spero che nessuno nel centrodestra preferisca Macron alla Le Pen – dice – perché farebbe un danno agli italiani”. Per il resto una noia mortale: un mix di concetti già espressi in più occasioni ripetuti con toni da salotto, dalla difesa della casa e dell’automobile alle battute sul partito comunista cinese che vuole invaderci a bordo delle auto elettriche. In alcuni passaggi c’è anche dell’inconsapevole ironia: “Ho preso la prima tessera della Lega nel 1991 – ricorda Salvini – e a differenza di altri che hanno cambiato simboli e idee noi siamo rimasti uguali a come eravamo”. Nessuno può fare domande o interromperlo, magari per chiedergli cosa accomuni “Padania is not Italy” a “Prima gli italiani” o cosa facessero alcuni esponenti della Lega, degli anni Novanta, col tricolore, peccato.

Vannacci: “La società multiculturale si scontra col concetto di patria”

Anche il generale Vannacci appare decisamente ingessato, sembra quasi aver paura di dire quella parola di troppo che scatenerebbe una nuova ondata di polemiche. Forse è ancora stordito dagli attacchi arrivati da destra a sinistra per le frasi su scuola e disabilità e quindi, anche lui, si limita al compitino: “La scelta di accettare la candidatura alle prossime elezioni europee – racconta – stata presa pensando alle mie figlie, poiché vorrei garantire loro un’Europa in cui si possa manifestare liberamente il proprio pensiero”. Sembra quasi un attacco ai vertici Rai o all’Ungheria di Viktor Orban, ma in realtà si riferisce alla presunta censura alle sue idee. Scontato l’affondo sui migranti, core business del partito che lo ha accolto come capolista da nord a sud: “Quanti immigrati potrà ancora accettare l’Europa? A un certo punto si raggiungerà il limite fisico e dovranno essere presi dei provvedimenti volti a limitare questo flusso incontrollato”, spiega tra gli applausi. E poi un attacco alla società multiculturale: “È una cosa che si scontra con il concetto di patria, dove tutti si stringono intorno a un medesimo principio e sono pronti a combattere per questo. Nella società multiculturale il concetto di nazione sovrana viene messo in dubbio”, chiosa. Quando gli viene chiesto cosa pensa di una difesa comune europea, risponde come se l’Europa fosse già in guerra: “Non si deve inquinare la difesa nazionale a beneficio di una difesa comunitaria. Chi sarebbe poi a decidere se in prima linea devono andare i lituani o gli ungheresi, che alcuni Paesi danno la tecnologia e altri gli uomini?”.

La grande paura: “E se il generale facesse flop?”

Tra gli addetti ai lavori, che si scambiano opinioni ai lati della sala costringendo il moderatore a chiedere di abbassare la voce, aleggia una paura. “Ma siamo sicuri che questo porta tutti ‘sti voti?” si chiede uno di loro. La collega a fianco risponde: “Se ne dice una al giorno tra due mesi è bollito”. In questo scambio di battute, origliate quasi per caso, c’è lo spunto più interessante emerso dall’evento animato dal “capitano” e dal generale: se la Lega dovesse chiudere sotto l’8 per cento, quello di Vannacci (che ci ha tenuto a definirsi “indipendente”) altro non sarebbe che un seggio tolto a un leghista vero, in un’elezione che porterà a Strasburgo una delegazione decimata rispetto al boom del 2019, quando il partito era al 34,3 per cento. Forza Italia ha il vento in poppa e al Nord, dove il malcontento nel Carroccio non è mai stato così forte, molti ex leghisti sono passati con Tajani. Forse è per questo che la “coppia luciferina” ha scelto di partire con un low profile, rinunciando all’idea di offrire una polemica al giorno: qualcuno deve aver suggerito in politica la noia può diventare è il più temibile degli avversari.

Fonte : Today