Condanne a morte e “sparizioni” improvvise: così il dissenso sparisce col segreto di Stato

Avvocati, studiosi, giornalisti, attivisti e difensori dei diritti umani nel mirino delle autorità cinesi, che limitano gravemente i diritti alle libertà d’espressione, associazione e riunione pacifica attraverso l’applicazione ingiusta delle leggi. Leggi applicate con il pretesto di proteggere la sicurezza nazionale. È la denuncia contenuta nel rapporto annuale 2023-2024 di Amnesty International, che nella scheda dedicata alla Cina mette in rassegna le responsabilità del governo di Pechino di aver creato – e continuare a farlo – un contesto dove repressione e detenzione arbitraria sono gli strumenti che il Partito comunista cinese predilige per silenziare l’opposizione e soffocare lo spazio civico.

Detenzioni arbitrarie e accuse politiche e vaghe

Il rapporto pubblicato il 24 aprile dall’organizzazione non governativa sovranazionale impegnata nella difesa dei diritti umani si basa sui pochi dati ufficiali del governo cinese, sui documenti delle Nazioni Unite e sui casi di procedimenti giudiziari aperti con accuse pretestuose. Il 2023 è stato un anno particolare per il presidente cinese Xi Jinping che ha dovuto gestire la fine delle misure anti-Covid, un alto tasso di disoccupazione giovanile, le proteste nella fabbrica della Foxconn e quelle legate al crollo del settore immobiliare: eventi che hanno spinto la popolazione cinese a prendere posizioni più critiche nei confronti di un sistema in cui non credono più. 

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“Le accuse per gli arresti sono squisitamente politiche e vaghe, come la minaccia alla sicurezza nazionale e ‘provocare disordine sociale’, che colpiscono chi protesta”, afferma a Today.it Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, che sottolinea come nella Repubblica popolare cinese si faccia ricorso a luoghi di detenzione al di fuori del sistema formale detentivo. “Gli arresti domiciliari non hanno un aspetto tranquillizzante, perché sono luoghi in cui si sparisce forzatamente e si rimane sotto sorveglianza senza contatti con l’esterno”, sostiene Noury.

Ma quanti sono i detenuti nelle carceri cinesi? Difficile aver una cifra precisa. “Il numero dei prigionieri di coscienza (cioè una persona privata della sua libertà solo a causa delle sue opinioni o di discriminazione per motivi di etnia, sesso, genere o altra identità che non abbia usato violenza e non ne abbia invocato l’uso, ndr) in Cina è molto elevato”, precisa Noury secondo cui ottenere dei dati chiari sulle persone sparite o ‘dimenticate’ nelle carceri cinesi è praticamente impossibile: siamo di fronte a un segreto di Stato, chiosa il portavoce dell’organizzazione non governativa.

A questo contesto desolante si aggiunge il frequente ricorso alla pena di morte. Si stima che in Cina lo scorso anno il numero delle condanne a morte comminate e delle esecuzioni eseguite si aggiri attorno alle migliaia, sebbene le cifre sono un segreto di stato. Come denuncia il rapporto annuale di Amnesty International, la pena di morte è rimasta applicabile per 46 reati, compresi reati non letali come il traffico di droga, che non raggiungono la soglia dei “reati più gravi” secondo il diritto e gli standard internazionali.

La repressione dei dissidenti all’estero

Il leader cinese porta sulle spalle il peso di diverse scelte azzardate: la scomparsa di importanti imprenditori, la sparizioni di “fidati” ministri (come quello degli Esteri e della Difesa), una nuova legge sullo spionaggio che rende difficile fare affari per le aziende straniere, lo spostamento di capitali e prestiti dal settore privato alle imprese statali hanno portato la repressione ideologica e culturale del Partito comunista cinese a un livello più alto. Anche fuori la Grande Muraglia. I dissidenti all’estero vengono perseguitati con il solo scopo di farli tornare in Cina: tornati in patria, denuncia il rapporto, spesso subiscono detenzione arbitraria, violazioni dei diritti umani e persino torture. Potrebbe andare meglio per chi viene rilasciato su cauzione, ma la loro libertà di movimento ed espressione resta gravemente limitata.

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“Amnesty International ha registrato un aumento di casi anche fuori la Cina, con intimidazioni, ricatti, minacce ai familiari. Il risultato – spiega Noury – è che le famiglie vengono spezzate, innestando la paura di parlare con chi è fuori per timore di ripercussioni”. Restano quindi troppi i nomi e volti dimenticati degli oppositori al regime di Pechino, che usa a suo favore l’irrefrenabile amnesia collettiva. 

La sinizzazione delle minoranze etniche

Tibetani, uiguri, kazaki, e appartenenti ad altre minoranze etniche a maggioranza musulmana devono tutti essere, prima o poi, cinesi. Cinesi nella lingua, cinesi nei modi, cinesi nella professione religiosa. È questo l’imperativo di Pechino che impone il processo di sinizzazione attraverso abusi nei confronti delle minoranze etniche, come la negazione e l’impedimento della piena libertà religiosa e la detenzione arbitraria in prigioni dove è stato istituito un sistema di lavoro forzato. Sono i “campi di rieducazione” (come avevamo spiegato qui), definiti da Pechino “vocazionali”, ma aperti per legittimare il processo di sinizzazione e frenare lo spirito indipendentista di un movimento che da anni è ostile al Partito. Dall’inizio del giro di vite, cominciato nel 2017, fino a un milione di persone sono state arbitrariamente detenute nei campi di internamento e nelle carceri dove i prigionieri sono malnutriti e maltrattati psicologicamente e fisicamente. “Continua ad andare avanti questo sistema di detenzione a scopo di rieducazione – denuncia Noury – da cui si esce, quando si esce vivi, trasformati con la mente, le emozioni e i pensieri diversi da quelli che si avevano all’inizio”. Pensieri totalmente assimilati all’ideologia del Partito.

Anche nel 2023, denuncia il rapporto di Amnesty International, ci sono stati ulteriori detenzioni e processi iniqui. A giugno, un tribunale di Urumqi ha condannato lo studente uiguro Zulyar Yasin a 15 anni di reclusione per “separatismo”. Un mese dopo, sua madre Rahile Jalalidin è stata portata via dalla polizia per aver protestato contro la condanna del figlio. Questo è quanto accade nello Xinjiang, ma anche nel Tibet dove la portata della discriminazione e delle restrizioni dei diritti dei tibetani ha minato sempre più la identità culturale e linguistica locale.

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Amnesty International denuncia come la popolazione tibetana venga allontanate dalle abitazioni e dai mezzi di sussistenza tradizionali, per essere collocati in lavori manifatturieri poco qualificati e scarsamente retribuiti. Gli esperti hanno osservato che la pratica potrebbe avere un impatto negativo sulle lingue minoritarie tibetane, sulle pratiche culturali e sulla religione e potrebbe equivalere alla tratta di persone per il lavoro forzato.

La difficile situazione di Hong Kong 

Il rapporto prende in esame anche la situazione politica e sociale di Hong Kong, la regione ad amministrazione speciale (Ras) in cui l’autocensura e l’assenza di dissenso fanno da scudo alla facile interpretazione da parte delle autorità di una norma vaga. Dall’anno dell’introduzione della legge sulla sicurezza nazionale nel 2020, più di 300 persone sono state arrestate per presunta violazione della norma che vieta e criminalizza qualsiasi atto di secessione, sedizione e sovversione contro il Consiglio di Stato della Repubblica Popolare Cinese, e presunta cospirazione in collusione con entità straniere. Come si legge nel rapporto, le autorità di Hong Kong hanno continuato a utilizzare la legge sulla sicurezza nazionale, le varie disposizioni sulla sedizione di epoca coloniale e altre leggi restrittive per colpire e reprimere attivisti filodemocratici, giornalisti, difensori dei diritti umani e altre persone.

Manifestanti durante le proteste di massa a Hong Kong, 2019 (LaPresse)

“Quello che accade ad Hong Kong, dal punto di vista della violazione dei diritti umani, è quello che accade nella Cina continentale – spiega Noury -. La legge sulla sicurezza nazionale ha colpito duro i giornalisti, sindacati, attivisti, difensori dei diritti umani. Questi – continua il portavoce di Amnesty International Italia – devono fare i conti con la recente introduzione dell’articolo 23, che determina un ulteriore giro di vite, penalizzando anche mere relazioni di lavoro o di scambio di informazioni tra chi è a Hong Kong e chi è all’estero”.

Noury cita anche la chiusura della sede di Amnesty International nell’ex colonia britannica, dove non viene più tutelata la libertà di stampa, espressione e manifestazione pacifica. La perdita di un presidio di Amnesty International che affaccia sulla Cina continentale va tutto a vantaggio di Pechino, che può violare i diritti umani senza avere i fari puntati addosso.

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Fonte : Today