Il palazzo del Viceré, la recensione del film con Gillian Anderson

Lord Louis Mountbatten, cugino della regina Elisabetta II, arriva a Delhi nel 1947 nel ruolo di nuovo viceré d’India; con lui ci sono la moglie Edwina e la figlia Pamela. Ultimo sovrintendente a ricoprire l’incarico, oltremodo scomodo vista l’imminente dissoluzione dell’impero anglo-indiano, l’uomo deve affrontare la gestione relativa all’indipendenza del Paese, più che mai diviso. I due maggiori leader politici locali infatti hanno idee diametralmente opposte, con Jawaharlal Nehru che spera nella definitiva unificazione e l’oppositore Muhammad Ali Jinnah che intende dar vita a un nuovo stato musulmano, il Pakistan.

Ne Il palazzo dei viceré mentre Mountbatten si trova ad affrontare una situazione sempre più spinosa, Edwina cerca di aprirsi alla cultura indigena e trovare un modo per aiutare i ceti più poveri della società. Nel frattempo si dipana anche la tormentata love-story tra i giovani Jeet, fresco valletto del lord inglese, e Alia, suo amore di gioventù ora al servizio di Edwina: la ragazza è promessa sposa a un altro uomo, ma Jeet non demorde e farà di tutto per coronare il loro sogno d’amore. Ma il Paese è ormai in preda al caos e, giorno dopo giorno, all’avvicinarsi al momento della decisione sul destino della nazione, l’odio religioso e tra i vari ceppi etnici provoca esodi di massa e violente sommosse.

Alla scoperta della storia

Ancora una volta è il cinema a riproporre al grande pubblico contemporaneo lo svolgimento di pagine cruciali nella storia geopolitica mondiale, perlopiù ignorate o dimenticate dall’opinione pubblica occidentale. Il palazzo del viceré tenta di coniugare al compito educativo uno spettacolo di stampo classico, centrando l’obiettivo solo in parte. L’attinenza a quanto realmente accaduto è stata oggetto di diverse critiche da parte di studiosi indigeni, per il quale quanto raccontato all’interno dei cento minuti di visione è stato liberamente interpretato; a sua difesa la regista Gurinder Chadha (i cui nonni e genitori vissero sulla loro pelle le conseguenze della divisione) ha affermato di aver preso spunto da due libri ritenuti attendibili, ossia Stanotte la libertà di Dominique Lapierre e Larry Collins e The Shadow of the Great Game: The Untold Story of Partition di Narendra Singh Sarila, e che una delle teorie sugli ordini segreti impartiti da Churchill sia estrapolata da suddette fonti.

Se la narrazione è quindi parzialmente controversa, la relativa messa in scena si affida a un’eleganza formale nella rappresentazione dello sfarzo dei possedimenti inglesi in marcato contrasto con le case in rovina della popolazione locale, ulteriormente amplificato da alcune scelte di regia che dal punto di vista estetico svolgono il loro compito con il giusto piglio.

Amore e dramma

Il palazzo del viceré smorza le parti potenzialmente più noiose, inerenti per l’appunto la spartizione del Paese, con diverse discussioni tra i più grandi leader indigeni (lo stesso Gandhi, quale mediatore d’eccellenza, è una figura ricorrente), tramite l’innesto parallelo di una sottotrama romantica che, per quanto forzata e di pura finzione, riesce a regalare qualche discreta emozione a tema. La parte finale rischia poi di eccedere nel melodramma, ma è una pagina necessaria in quanto ripercorre le tragiche conseguenze della decisione presa ai piani alti e per la quale, a soffrire, sono sempre, come la storia insegna, i più deboli. In questo caso un notevole numero di comparse e una buona gestione delle atmosfere aumenta l’impatto empatico a livelli accettabili.

Il cast, che si muove tra filmati di repertorio spesso “sostituiti” dalla visione stessa tramite un semplice e immediato cambio dal colore al bianco e nero, svolge il proprio lavoro con dovizia ma è spesso vittima di personaggi didascalici ai quali viene difficile imprimere sfumature ex-novo. Tra gli interpreti occidentali spicca sicuramente Gillian Anderson, impeccabile nei panni della moglie idealista del viceré, mentre tra gli autoctoni la star di Bollywood Huma Qureshi offre la giusta, tormentata sensibilità alla bella e sfortunata Alia.

Fonte : Everyeye