L’Italia sospenderà la vendita di armi alla Turchia

L’ha annunciato il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: l’Italia sarà il sesto paese europeo ad adottare questa misura per fare pressione internazionale su Erdogan e ostacolare l’invasione del Kurdistan

Recep Tayyip Erdogan in visita in Italia (foto: Alessandra Benedetti/Corbis via Getty Images)

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ha detto che nelle prossime ore firmerà un decreto per bloccare l’export di armi italiane in Turchia, sulle orme di quanto già fatto da altri cinque paesi europei: Francia, Germania, Norvegia, Paesi Bassi e Finlandia.

Il governo italiano ha preso questa decisione perché è contrario all’intervento militare contro i curdi nel nord della Siria al quale Ankara ha dato il via una settimana fa, e lo stop alla vendita delle armi è un tentativo di ostacolarlo, esercitando pressione a livello internazionale. L’annuncio del titolare della Farnesina arriva peraltro nello stesso giorno in cui il Consiglio dell’Unione europea ha disapprovato all’unanimità l’operazione militare.

Il presidente turco Recep Tayyip Erdoğan non ha ancora commentato l’iniziativa italiana, né quella europea, ma nei giorni scorsi aveva minacciato di stralciare un accordo siglato nel 2016 e di “mandare” in Europa 3,6 milioni di profughi nel caso in cui Bruxelles si fosse messa di traverso all’invasione del Kurdistan.

La decisione del governo italiano non era scontata: la Turchia è stata il terzo maggiore importatore di armi italiane nel 2018, dopo Qatar e Pakistan, e inoltre il paese mediorientale fa parte della Nato (dunque, nel caso in cui fosse attaccato, gli altri membri dovrebbero intervenire militarmente per difenderlo). Nelle ultime ore i curdi della regione del nord della Siria hanno stretto un accordo col dittatore siriano Bashar al Assad – propiziato dalla Russia – e al momento si ragiona anche nell’ottica di un ipotetico scontro tra Ankara e Damasco (anche se l’ago della bilancia in questo momento rimane Vladimir Putin).

L’intervento turco in Siria ha già causato 130mila sfollati e più di 500 vittime, tra esponenti dell’esercito e civili. Tra questi ultimi ci sono anche un giornalista che si stava dirigendo insieme ad alcuni suoi colleghi al fronte e Hevrin Khalaf, un’attivista per i diritti delle donne nota anche per essere la segreteria generale del Partito futuro siriano.

Fonte : Wired