Il rooming-in non sono mamme lasciate sole dopo il parto

“Ero stravolta, ho chiesto aiuto alle infermiere, chiedendo loro se potevano prenderlo almeno per un po’, mi è sempre stato risposto che non era possibile portarlo nella nursery”. Queste le parole della mamma che nella notte tra il 7 e l’8 gennaio ha perso il figlio appena nato, all’ospedale Pertini di Roma. Il piccolo sarebbe rimasto soffocato sotto il peso del suo corpo: mentre lo allattava, la donna, sfinita dal parto, si sarebbe addormentata. Ed ora, mentre la procura apre un fascicolo di indagine per omicidio colposo (al momento contro ignoti), in rete si alza un coro di solidarietà sotto l’hashtag #potevoessereio. 

“Ero ancora molto stanca dopo 17 ore di travaglio”, racconta ancora la donna. “Non si reggeva in piedi, ma le hanno subito portato il piccolo per l’allattamento”, fa eco il papà. “Quella mamma potevo essere io”, digitano le donne in supporto di questa famiglia, oggi stretta nel dolore. “È successo a tutte di addormentarsi col bimbo nel letto. Lei è stata solo sfortunata”. Sono voci che raccontano di neo mamme lasciate sole dopo il parto. Voci che rivendicano il diritto di poter essere stanche. Il diritto di non essere super eroi.

Che cos’è il “rooming in”. I rischi e i benefici

Ad essere messo in discussione in queste ore è in particolare il modello organizzativo del “rooming in”. A cui aveva aderito proprio la mamma del Pertini. Una prassi che stabilisce la presenza 24 ore su 24 del bebè nella stanza con la mamma, subito dopo il parto. E che dagli anni Ottanta – promossa dalle organizzazioni OMS  e UNICEF – viene sempre più incentivata in ospedale. Il rischio però è che la mamma sia ancora troppo provata per essere vigile. E, non a caso, il servizio – che è su base volontaria – richiede comunque una supervisione da parte del personale ospedaliero. 

I benefici? Un migliore avvio della montata lattea anzitutto, ma hanno soprattutto a che fare col legame che si instaura tra madre e figlio. Può stabilizzare l’umore della madre, riducendo il tasso di depressione post-partum, e può ridurre i livelli di stress del neonato. Inoltre, se da una parte la vicinanza favorisce il raggiungimento di un ottimale ritmo respiratorio e digestivo e rafforza l’apparato immunitario del bambino, dall’altra la madre può sviluppare le prime competenze nell’accudimento. Certo, questo non significa dormire con il bebè (il cosiddetto “co-sleeping”, che non a caso vietano i protocolli del Pertini). 

Le criticità della pratica insorgono quando – secondo la denuncia di alcune pazienti – questa viene usata come risposta alla mancanza di organico ospedaliero. E non solo. Persisterebbe infatti ancora una matrice ideologica che tende a considerare il riposo post partume come un bene di lusso. “Il bambino te lo devi portare anche in bagno”, “Il bimbo piange, vuole la sua mamma”, si sarebbero sentite rispondere alcune partorienti, esauste ed in cerca di aiuto. Una visione distorta della maternità, che vuole le donne votate al sacrificio e capaci di acquisire una forza sovrumana dopo aver messo al mondo un figlio. “Dopo ore di travaglio e dopo 9 mesi di attesa, di ormoni impazziti, di pianti isterici, di equilibri scardinati, ci si aspetta che all’improvviso ci sia un innato senso materno”, scrive una neo mamma. Neo mamma che, insieme alle altre, rivendica che mettere al mondo un figlio non ti dà i superpoteri. 

Fonte : Today