Pinocchio: quanto c’è di Guillermo del Toro nel film Netflix?

Per Guillermo del Toro era importante realizzare il suo Pinocchio. Un po’ come per quello di Matteo Garrone. Meno per la versione di Robert Zemeckis. L’autore messicano aveva annunciato l’intenzione di voler realizzare il progetto nel lontano 2008, dovendo poi arretrare per i costi elevati che richiedeva la tecnica in stop motion e arrivando ad abbandonare l’idea di concretizzare il prodotto nel 2017. Ma come la fata turchina viene in soccorso a Geppetto e Pinocchio per rendere quest’ultimo un bambino quasi vero, così Netflix con la sua bacchetta e un budget da 35 milioni di dollari compie l’incantesimo che conduce il regista e sceneggiatore a veder prendere vita al proprio lavoro, basato sul classico di Carlo Collodi, ma reso interamente parte della visione poetica del cineasta.

Nella recensione di Pinocchio di Guillermo del Toro, tra i film in uscita su Netflix a dicembre 2022, si respira interamente l’anima dark di un autore che ha da sempre privilegiato i freaks, fino a rendere tale anche il suo burattino dalle fattezze di legno. Il tema del diverso, lui che è un essere insolito rispetto agli abitanti del paesino del padre Geppetto, si riscontra in un contesto da fiaba, in cui la risoluzione non è certo la conformità che Pinocchio deve ricercare per farsi accettare dalla comunità, bensì il non vergognarsi del suo essere differente. Tanto per le marionette quanto per gli esseri umani.

Nella Storia del burattino “mostro” di Guillermo Del Toro

Un “mostro” che, però, ha tutta la tenerezza dei protagonisti infantili delle opere di Guillermo Del Toro, i quali tornano come controrisposta ai terreni guerreschi su cui il regista colloca le proprie storie, mostrando le colpe dei violenti e di come ricadano spesso sugli innocenti.

Pregno di una memoria storica che è la medesima con cui l’autore plasma tutte le sue narrazioni, il Pinocchio in salsa Netflix ricrea un’Italia durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale e la sua cieca fiducia nei confronti di un capo totalitario come Benito Mussolini. La scure del fascismo ricade sulla pellicola, venendo però preso in giro fin dall’inizio, mostrando la completa indifferenza da parte di Pinocchio al voler sottostare a degli ordini insensati che inneggiano alla brutalità, mettendo in discussione le regole ferree che vengono imposte, cercandone una motivazione che spesso non esiste. L’essere un “libero pensatore”, poiché tale viene visto per il suo non voler conformarsi agli standard del regime, ricade sul protagonista che, anche sul campo di battaglia della caserma in cui viene condotto, riuscirà a ricreare più un clima di divertimento che di crudeltà tra ragazzini appena adolescenti. Uno scardinare un sistema che è quello che Guillermo del Toro cerca di fare quando costruisce le proprie storie, non giungendo mai a conclusioni identiche, andando dalla chiusura tragica del suo Il labirinto del fauno alla prevaricazione di Pinocchio sul fascismo nel titolo su Netflix.

La Morte nel cinema dell’autore messicano

Oltre ai freaks e alla Storia, altro argomento imprescindibile nella filmografia di Guillermo del Toro è il rapporto che i personaggi instaurano con la Morte. Nella sua variante di Pinocchio, il regista alla scrittura del racconto assieme al collaboratore Patrick McHale, utilizza questa parte imprescindibile dell’esistenza delle persone per rendere il proprio protagonista un bambino vero.

In grado di poter morire quante volte può o vuole, il personaggio si fa forte della sua immortalità, che come contrappasso possiede la regola dell’attesa. Ogni volta che Pinocchio morirà dovrà aspettare un po’ di più della volta precedente per poter tornare sulla terra. Una conseguenza che potrebbe trattenerlo al punto da dover lasciare i suoi cari; per un abbandono che può sembrare una semplice pausa per il burattino, ma che vedrà il resto delle persone andare avanti con la loro esistenza, giungendo così all’inevitabile morte. Guillermo del Toro, il cui concetto di fatalità viene da sempre legato alla morale e alle atmosfere delle proprie pellicole, utilizza stavolta la morte come elemento, in realtà, in esaltazione della vita. Di qual è il senso ultimo dell’esistenza, quello che ci aspetta ad un varco in cui ad attenderci è proprio la morte, la stessa che essendo imprescindibile non fa che aggiungere valore e pienezza all’esistenza. La morte è ciò che ci rende esseri umani, che nel Pinocchio dell’autore messicano sconfina in quel diventare un bambino vero come il personaggio ha sempre desiderato. Vero, nel film, diventa sinonimo di mortale. Mortale è la condizione che Pinocchio sceglierà di abbracciare per poter affrontare al meglio la propria vita

Trasformando, inoltre, il racconto in un film che dai figli va a focalizzarsi sui padri, osservando attraverso i loro occhi la curiosità che solo i fanciulli possiedono e che permette loro di apprendere quante più nozioni per sopravvivere, l’opera di Netflix si configura pienamente come una rivisitazione in linea con le componenti del cinema di Del Toro. Una storia la cui ripresa non si ferma al semplice omaggio, ma lo stravolge di senso, aggiungendo gli stilemi cari alla propria visione, quella che l’autore ci restituisce col suo burattino (vero) di legno.

Fonte : Everyeye