Brasile, le ragioni del flop Mondiale

Lo avevamo detto: questo Brasile non era imbattibile. E sì, avevamo detto anche che questa Croazia, ricca, anzi ricchissima di qualità in mezzo al campo, anche se forse un po’ spuntata là davanti, era avversario da temere, ma l’eliminazione dei verdeoro, per molti i favoriti numero uno alla vittoria del torneo, ci ha comunque lasciati sorpresi. Ci ha lasciati sorpresi perché è arrivata prematuramente, già ai quarti di finale ed al primo vero ostacolo di un certo livello sulla propria strada. Una sconfitta, quella con i croati, ancor più dolorosa perché giunta ai rigori, un disastro (sportivamente parlando) per come quegli stessi tiri dal dischetto sono arrivati: una volta sbloccata, con tantissima fatica, la gara nei tempi supplementari con una perla di Neymar, non esiste farsi prendere d’infilata in quel modo come accaduto alla Seleçao ad una manciata di minuti dal termine della sfida. Una debacle quindi tattica, ma non solo.

Sì, perché dobbiamo essere onesti e (non per fare i “fenomeni”) qualche limite, a questo Brasile, lo avevamo già trovato. Avevamo fatto riferimento, ad esempio, alla partita contro la Svizzera nella fase a gironi, in cui i verdeoro, così come poi accaduto con la Croazia, avevano fatto una fatica immensa a trovare il bandolo della matassa contro un avversario difensivamente organizzato. E contro il muro, gli uomini di Tite, sono andati a sbattare anche nei quarti, fermati dalla sapiente gabbia costruita dal ct croato Dalic, capace di tenere in scacco per i novanta minuti regolamentari i brasiliani. Poche idee, troppe giocate individuali, scarso senso di collettivo: tutte cose che, nel calcio moderno, finisci con il pagare.

Ma c’è dell’altro in questa clamorosa eliminazione dei sudamericani: la mancanza di personalità. Prendiamo l’ultimo Brasile campione del mondo, quello del 2002: allora, in rosa, c’erano Cafu, Roberto Carlos, Rivaldo, Ronaldo, Roqué Junior, Rivaldo. Fenomeni non solamente per doti tecniche, ma anche per capacità di saper reggere determinate pressioni. Cosa che non è riuscita alla formazione di Tite, che ha pagato dazio la giovane età di alcuni dei suoi elementi chiave, soprattutto offensivi: si pensi a Vinicius, a Richarlison, a Raphina o anche a Rodrygo, che, non a caso, hanno tutti steccato di brutto contro la Croazia. La sensazione è che quel pallone, tra i piedi brasiliani, scottasse come mai si era visto nelle uscite precedenti. Un limite a cui non sono riusciti a sopperire i giocatori più esperti, che, forse, hanno visto riaffiorare nella loro mente i fantasmi delle delusioni passate, capeggiate da quella, storica ed incancellabile, della semifinale contro la Germania nel Mondiale di casa del 2014.

Lo avevamo detto, questo Brasile era tra le candidate alla vittoria finale (impossibile non considerarlo tale viste le potenzialità della rosa), ma non era imbattibile. E non è neanche tutto da buttare via adesso. Perché lo abbiamo visto, di talenti dal futuro roseo, questa squadra, è piena. Ed allora è giusto aspettare, facendo sì qualche riflessione per un digiuno inusuale come una Nazionale come quella brasiliana, ma senza fare drammi: perché il calcio è strano, un dettaglio (o un rigore fallito, come in questo caso) può fare tutta la differenza del mondo nel risultato, ma guai a perdere di vista il percorso, le idee, le prospettive. E magari chissà, questo giovane (almeno in parte) Brasile, tra quattro anni, sarà ancora più forte.

Fonte : Today