Il corsetto dell’imperatrice Recensione: la moderna principessa Sissi

Non è facile entrare in un immaginario e essere abbastanza incisivi da contaminarlo. Da fare in modo che non sia solo il panorama di attinenza ad aver influenzato le traiettorie di una storia, ma che viceversa anche quest’ultima sia stata in grado di porre sotto tutt’altra prospettiva quel bacino di riferimento. Vicky Krieps con Il corsetto dell’imperatrice lo ha fatto (abbiamo incontrato l’attrice nella nostra nostra recensione de Il filo nascosto), e con lei la sua sceneggiatrice e regista Marie Kreutzer.

Nella rivisitazione della vita della principessa Sissi, quella per lo più romanzata e resa celebre da grandi struggimenti e abiti ampi che ne hanno resa incontrastabile l’iconicità mondiale, in Il corsetto dell’imperatrice in sala dal 7 dicembre 2022 la reale è una donna annoiata dagli altri e dai suoi stessi vizi, nonché forzata ad accettare il tempo che scorre. Un’identità estroversa eppure a suo agio nello stare con se stessa, meno di fronte ad uno specchio che le ricorda l’avanzamento dell’età e cosa ne è stata della sua bellezza.

L’oppressione del corsetto, fisica e psicologica

Cose di cui Krieps non dovrebbe affatto preoccuparsi, magnifica e maestosa in un’opera che le è stata costruita attorno, così da vederla innalzarsi al di sopra dei suoi medesimi capricci e delle esistenziali turbe. Ma comunque un fattore di sconforto per una donna affezionata all’amore (intellettivo e fisico), all’andare a cavallo, alla compagnia quando buona e stimolante, e che comincia a perdere la voglia di affrontare gli impegni e di soprassedere alle sue apparizioni, cercando di scomparire gradualmente così come crede abbia fatto la sua giovinezza.

Per questo, in quelli che sono gli ultimi scorci di brillantezza dell’imperatrice Elisabetta d’Austria, Marie Kreutzer ci conduce nelle sue stanze, lontana da occhi indiscreti, oppure nelle sue fughe romantiche nascoste, le quali non è detto che debbano finire per il meglio. È lo scrutare una figura femminile che si è sentita costretta in quel suo corsettoche le ha impedito di respirare per gran parte della sua vita. È vedere come sequenza dopo sequenza la donna assuma sempre più consapevolezza del voler sentirsi finalmente leggera, almeno un’ultima volta, arrivando così a quella meravigliosa chiosa in mare aperto, in uno slancio finale pieno di euforia e di libertà.

Una straordinaria Vicky Krieps

Un cammino su cui Il corsetto dell’imperatrice ci instrada fin da quel torpore iniziale che comincia a scaldarsi nel prosieguo della pellicola, la quale a sua volta tende ad addentrarsi sempre più nelle smanie e nelle idiosincrasie della protagonista, eccentrica e fiera, di cui viene restituita l’estrema indipendenza anche quando mal disposta verso la propria casata.

Un’individualità che i reali dovrebbero mettere da parte, ma di cui Elisabetta non può fare a meno, così disillusa verso i poteri del trono e perciò fermamente attaccata al proprio solo piacere e alle proprie volontà. Quelle che entrano in contrasto con un matrimonio complesso, con una genitorialità che talvolta richiede di mettersi al livello dei figli. Un essere lei, sola, così come viene restituita dal film: austera eppure capace di una sottile morbidezza, la quale non sovrasta mai il suo fare rigido e aristocratico, anche quando desidera galoppare nel fango o buttarsi nuda in mezzo a un lago. Riflettendo la pelle diafana della sua Vicky Krieps e soffermandosi sul cambiamento epidermico che ogni persona subisce e che risulta quello più evidente con l’andare avanti degli anni, Il corsetto dell’imperatrice sono i tentativi di una bambina fragile come il vetro di poter uscire e rompere il suo castello di cristallo. È una donna che vuole sentirsi ancora donna e che comprenderà che per farlo, per trovare se stessa, non dovrà aggrapparsi ai desideri degli altri proiettati su di lei (cosa che non fa da tempo), bensì dovrà scegliere di lasciarsi andare scavallando le leggi della Corona e della sua medesima vita. Un’attrice straordinaria per una protagonista che nello spettatore rimarrà, per l’appunto, sotto pelle. Con quel suo sguardo piccolo e penetrante, fatto di due spilli al posto degli occhi, e un senso di sovranità che ci soggiogherà tutti, dentro o fuori da palazzo. Nel passato o nella modernità.

Fonte : Everyeye