Il Gatto con gli Stivali 2 Recensione: un sequel poco audace

Il dicembre di quest’anno verrà ricordato come il mese dei grandi sequel persi nel tempo. Ad anticipare di qualche giorno l’uscita del dominatore storico dei botteghini creato da James Cameron – ebbene sì, non è più un sogno, tra i film in sala di Dicembre 2022 c’è anche Avatar: La Via dell’Acqua – ci pensa l’intrepido felino che ha accompagnato Shrek dal secondo capitolo della serie DreamWorks, erettosi a protagonista assoluto per l’ennesima volta a distanza di 11 anni: Il Gatto con gli Stivali 2: L’Ultimo Desiderio è infatti il seguito di quel film d’animazione distribuito nell’ormai lontanissimo 2011, acclamato dal pubblico ed anche nominato agli Oscar.

La pellicola diretta da Joel Crawford si configura come una classica storia per bambini, pregna di sentimentalismi e riflessioni sui valori dell’amicizia e della fiducia, forte di uno stile d’animazione efficace anche se molto lontano dai tratti che hanno reso celebre la saga principale (vi basta guardare il trailer de Il Gatto con Gli Stivali 2 per avere un’idea dell’impatto visivo). Purtroppo l’ultima scorribanda di questo adorabile spadaccino si rivela povera dal punto di vista narrativo, incapace di lasciare il segno all’interno di un mondo dell’animazione in costante sviluppo.

Un eroe alle strette

Sono trascorsi molti anni dagli eventi narrati nel primo capitolo, ma la sostanza non è affatto cambiata per il suo indomito protagonista: il Gatto con gli Stivali (doppiato da Antonio Banderas) è un’assoluta leggenda per le persone, una figura che a seconda delle opinioni è un criminale incallito oppure un onorevole guerriero, un girovago del mondo che sconfigge il male nonostante sia in costante fuga dalla legge.

Lasciatosi alle spalle anche il Regno di Molto Molto Lontano ed il suo verdognolo amico orco, il felino non ha smesso di alimentare un’esistenza avventurosa e irta di pericoli, spendendo qualcuna delle sue nove vite ma continuando a ridere in faccia alla morte senza alcun ritegno. Un’ultima colossale battaglia vinta in grande stile si porta via però l’ottavo gettone di una storia apparentemente senza fine, lasciandolo scoperto ed impaurito di fronte ad un tetro cacciatore di taglie che sembra invincibile.

La soluzione per scacciare via la paura e tornare ad essere la leggenda immortale che ha sempre creduto di essere risiede nella Stella dei Desideri, un oggetto fiabesco ritenuto capace di esaudire un’unica preghiera: partito alla ricerca del luogo incantato, il Gatto con gli Stivali sarà suo malgrado accompagnato dalla sua vecchia conoscenza Kitty Zampe di Velluto (Salma Hayek nell’originale, Francesca Guadagno nella versione italiana), ma anche da un cagnolino macilento deciso a diventare amico di tutti.

Tra la Spagna ed il fumetto

L’ultima opera della DreamWorks dimostra fin dalle primissime sequenze la sua volontà di allontanarsi da quell’estetica che ha reso immediatamente riconoscibile la saga di Shrek e del Gatto con gli Stivali al cinema, imbastendo una cornice artistica che richiama le tavole di un albo a fumetti più che le pagine di una favola per bambini:

a discapito di una fluidità generale che rimane comunque accettabile, si susseguono infatti i movimenti netti ed i contorni spigolosi di personaggi in costante dinamismo, con una messinscena votata alla spettacolarità che porta sullo schermo anche battaglie di dimensioni titaniche. Linee cinetiche seguono le acrobazie dei protagonisti nel corso dei numerosi scontri, mentre la palette cromatica molto calda si accoppia ad una colonna sonora ritmata per creare quel contesto sensoriale che trasporta gli spettatori nel clima mediterraneo della Spagna. Tra un’acrobazia e l’altra tocca alla narrazione veicolare i personaggi verso la prossima battaglia, dando forma ad una trama lineare che – come è solito per la saga d’appartenenza – reinventa i protagonisti delle favole più famose, ma senza ambire alle vette comiche apprezzate con Shrek: Jack Horner (celebre per una filastrocca canticchiata dai bambini inglesi) è un antagonista monodimensionale che vuole semplicemente diventare il più potente del mondo, mentre Riccioli d’Oro e la sua famiglia di Orsi rimangono dimenticabili anche nella loro prevedibile evoluzione personale.

Una favola già raccontata

Tralasciando la perplessità sorta nel veder riproporre su schermo personaggi già sottoposti ad una rilettura cinica da parte della serie (i tre orsi della fiaba sono presenti nel primo capitolo di Shrek, anche se rimangono sullo sfondo), rattrista la mancanza di creatività che non lascia brillare le pedine di una storia semplice e senza pretese, evidentemente mirata ad un pubblico di giovanissimi perché manchevole di quell’umorismo che aveva reso memorabili le precedenti iterazioni della saga cinematografica.

Il viaggio di Gatto e dei suoi comprimari si svolge senza alcun evento degno di nota, una linea retta che dal punto A al punto B obbliga i protagonisti a capire quali siano le cose veramente essenziali nella vita, lasciandoli infine arricchiti sul piano personale dalla nuova importanza data ad amicizia, fiducia e famiglia. Tra qualche citazione e prevedibili cameo, si snoda quindi una trama che non ha l’ambizione di proporre tematiche particolarmente spinose o moderne, preferendo rimanere nel solco tracciato da opere ben più coraggiose (c’è qualche accenno alla morte, ma non vi aspettate la sensibilità descritta nella recensione di Coco), le quali hanno invece saputo calare problematiche reali all’interno di un contesto fanciullesco e divertito. Un prodotto votato allo spettacolo ed all’immediatezza, questo sequel in perenne movimento potrebbe fare la gioia dei bambini con i suoi colori sgargianti e gli scontri acrobatici, ma con ogni probabilità finirà con l’annoiare gli adulti che li hanno accompagnati al cinema.

Fonte : Everyeye