Vaccino contro l’Hiv: primi successi per una nuova strategia

La caccia a un vaccino contro l’Hiv ha una lunga storia, e costellata da fallimenti. Diverse caratteristiche del virus rendono infatti complesso raggiungere l’obbiettivo e la giornata mondiale dell’Aids, come ogni anno, è stata l’occasione per fare il punto su quella che probabilmente è la più lunga, e drammatica, epidemia dell’era moderna. Un bilancio fatto inevitabilmente di luci e di ombre. Con sforzi che andrebbero moltiplicati sul piano della prevenzione, visto che i nuovi casi di Hiv continuano purtroppo ad aumentare, in particolare nelle aree più povere del pianeta. Ma che vede anche continui successi sul piano terapeutico: oggi l’aspettativa di vita di un sieropositivo in terapia antiretrovirale è paragonabile infatti a quella di una persona sana; e i nuovi farmaci long acting stanno finalmente rivoluzionando la quotidianità dei pazienti. Dove la ricerca continua a faticare, invece, è nello sviluppo di un vaccino, traguardo che rappresenterebbe forse l’unica, vera, strada per arrivare all’eradicazione della malattia. Anche in questo campo, però, qualcosa sembra muoversi: sull’ultimo numero di Science è appena stata presentata una nuova strategia vaccinale che sembra, finalmente, dare risultati promettenti. Vediamo di cosa si tratta.

Un obbiettivo difficile

Hiv è un retrovirus, cioè di un patogeno in grado di inserire il proprio materiale genetico nel dna delle nostre cellule, dove può rimanere dormiente per mesi o anni, e da dove è pressoché impossibile eliminarlo. Una volta che l’infezione ha avuto inizio, insomma, non c’è vaccino che tenga. Un vaccino contro l’Hiv per risultare utile deve quindi necessariamente essere un vaccino sterilizzante, capace cioè di azzerare il rischio di infezione (e non solo di evitare la malattia o mitigarne i sintomi). E come abbiamo scoperto con i vaccini contro Covid 19, non è affatto semplice ottenere un simile vaccino.

Il fatto che l’Hiv sia un retrovirus lo rende inoltre estremamente variabile. I suoi peculiari meccanismi di replicazione fanno infatti sì che il virus accumuli velocemente un alto numero di mutazioni, che lo aiutano a sfuggire all’azione del sistema immunitario. Come capita per altri virus estremamente mutevoli, come quello dell’influenza, sviluppare un vaccino che continui a funzionare nonostante le mutazioni a cui va incontro il patogeno è veramente complicato. Nel caso dell’Hiv inoltre non è ritenuto sicuro utilizzare una delle strategie vaccinali più tradizionali, ed efficaci, ovvero quella basata su virus vivi attenuati. I vaccini vivi attenuati presentano sempre, infatti, un rischio minimo di causare la malattia da cui vogliono proteggere. E visto che l’infezione da Hiv è un’infezione cronica ed estremamente pericolosa, non è considerato sicuro ricorrervi. A fronte di tanti problemi, ovviamente, la ricerca continua a lavorare. E quella descritta sulle pagine di Science è una delle nuove strategie vaccinali considerate più promettenti negli ultimi anni, definita dagli specialisti germline targeting.

Un vaccino in più fasi

Per capire di cosa si tratta, bisogna ripassare velocemente come funziona il nostro sistema immunitario e in particolare quella che viene definita immunità adattativa. Le cellule che producono gli anticorpi sono i linfociti B. In ogni momento, un ampio numero di queste cellule immunitarie si aggira per il nostro organismo, in uno stato che viene definito vergine, o “naive”. Si tratta cioè di linfociti B che vanno a caccia di virus e batteri che vengano riconosciuti dai loro recettori, ma che non sono ancora andati in contro al processo di maturazione con cui viene massimizzata l’affinità degli anticorpi che producono nei confronti del microorganismo invasore. Perché questo avvenga, è necessario che incontrino il nemico, e vadano poi incontro a delle mutazioni che rendono sempre più specifico il loro legame con l’antigene contro cui sono indirizzati.

Ogni linfocita B produce un diverso tipo di anticorpo, con un’efficacia differente, e indirizzato contro un antigene diverso. Nel caso dell’Hiv, molti di questi anticorpi riconoscono solamente un singolo ceppo del virus e quindi, anche se si rivelassero efficaci, non sarebbero sarebbero utili per proteggere dal rischio di infezione, vista l’elevata variabilità genetica dell’Hiv. Un piccolo sottogruppo di anticorpi, chiamati anticorpi neutralizzanti a largo spettro o Broadly neutralizing antibodies, è invece in grado di riconoscere e neutralizzare la quasi totalità dei ceppi di Hiv, perché ha come bersaglio alcune porzioni del virus che tendono ad avere una bassissima variabilità.

Fonte : Wired