Agenzia delle entrate, aiuti di Stato: perché chiede i dati che ha già

Chi ha ricevuto aiuti di Stato per affrontare l’emergenza Covid-19 ha tempo fino a oggi, 30 novembre, per spedire all’Agenzia delle entrate i dati sui sostegni ricevuti dal 2020. Anche se l’Agenzia delle entrate molte di quelle informazioni già le ha. Ciononostante, come messo nero su bianco in un decreto legge dell’anno scorso, il 41 del 2021, imprese e partite Iva devono spedite all’Agenzia delle entrate un’autocertificazione. Nella quale attestano quanti fondi hanno ricevuto all’interno delle misure pensate per affrontare la crisi economica legata alla pandemia.

Informazioni nel cassetto

Alcuni di questi denari, tuttavia, sono stati erogati proprio dall’Agenzia delle entrate. Basti pensare al contributo bar e ristoranti. O a quello per le imprese del settore dei matrimoni. O ancora, al sussidio per le imprese costrette a chiudere dalle misure di lockdown. Quello per le mense. Alcuni aiuti del decreto Sostegni o di quello ristori. Il sussidio a chi ha perso introiti per il calo dei turisti nei centri storici. O quello per le attività stagionali. Tutti elargiti dall’Agenzia delle entrate, che ora chiede agli stessi beneficiari di farle sapere quanto hanno incassato.

Certo, ci sono aiuti di Stato che sono passati da altre vie. Alcuni Comuni, per esempio, hanno dilazionato il pagamento della tassa smaltimento rifiuti o sospeso i costi per dehors. Anche le Regioni hanno staccato i loro assegni. E nell’autocertificazione richiesta entro oggi ci vanno tutte le forme sussidio, cosicché l’Agenzia delle entrate possa capire se qualcuno ha preso più del dovuto e debba restituire alcune somme al fisco.

Mancano le banche dati

Una mossa legittima, visto che negli anni si sono succedute numerose forme di sussidi. Ma viene da chiedersi: perché ogni volta tocca al contribuente dimostrare di essere nel giusto? Perché non si coordinano i vari uffici dello Stato, scambiandosi le informazioni necessarie, anziché richiederle a imprese e partite Iva, impegnate a far tornare i conti, rispettare le scadenze e giostrarsi tra inflazione galoppante e aumenti del costo dell’energia? L’Agenzia delle entrate non lo ha spiegato a Wired, non rispondendo alle domande e rimandando alle indicazioni per la compilazione fornite sul proprio sito. Istruzioni utili, che per esempio raccomandano di includere anche gli aiuti ricevuti prima del 13 ottobre 2020 (data scelta per l’approvazione del regime di aiuti), ma che non rispondono alla radice del problema: perché spetta sempre al contribuente giustificarsi?

Anche perché, a quanto ha potuto appurare Wired, molte aziende si sono dovute rivolgere a professionisti per svolgere questa raccolta di informazioni e, com’è giusto che sia, dovranno corrispondere poi un pagamento per queste prestazioni. Quindi aziende o partite Iva che si sono trovate in difficoltà e che per questo motivo sono state ritenute in precedenza meritevoli di ricevere aiuti, ora devono spendere per soldi per dimostrare quanti sussidi hanno ricevuto allo stesso ente pubblico che parte di quei sussidi li ha erogati.

Social e digitale

All’inizio di novembre Italia oggi anticipava che il ministero dell’Economia e delle finanze (Mef) sta valutando di istituire un “socialometro”, un sistema di analisi dei profili dei social network per scovare quei contribuenti che dichiarano poco e niente al fisco e poi fanno una vita da nababbi. Applicazioni di intelligence su fonti aperte sono state usate in Francia per individuare piscine non dichiarate al fisco. Tuttavia viene da domandarsi se, oltre a queste sofisticate applicazioni, l’Agenzia delle entrate non possa partire da progetti più semplici, per evitare che migliaia di partite Iva e imprese ora debbano produrre un’autocertificazione perché le banche dati del fisco e di altri enti pubblici non si parlano. Anche nel massimo rispetto della privacy, chiedendo autorizzazioni preventive per accedere alle informazioni ai diretti interessati. D’altronde, proprio nello schema di convenzione tra Mef e Agenzia il digitale ha un ruolo da protagonista.

L’auspicio è che si passi dalle parole ai fatti. Oltre a un aggravio della burocrazia e ai costi dell’assistenza tecnica, c’è anche il rischio di fare errori. Con conseguenti multe che aggravano i costi per i singoli. Il 25 ottobre l’Agenzia delle entrate ha diffuso una circolare per annunciare una versione “semplificata” dell’autocertificazione, segno che la precedente era tutt’altro che intellegibile. E poi il 17 novembre, a meno di due settimane dalla scadenza, ha dovuto pubblicare una serie di risposte a quesiti comuni. Sono 30 domande per venire a capo dei documenti da presentare. Che, peraltro, deve presentare anche chi, nel frattempo, ha cessato l’attività. L’emergenza Covid-19 passa, ma la burocrazia è per sempre.

Fonte : Wired