After Yang, un androide troppo umano. La recensione del film in esclusiva su Sky

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Che la telematica (e lo sviluppo tecnologico in generale) ha rivoluzionato il nostro modo di agire e percepire la realtà (e percepirci all’interno di essa) è stato già brillantemente raccontato sul grande schermo da Paolo Genovese in Perfetti sconosciuti; dove si dimostra, con alto tasso di verosimiglianza, come quel piccolo parallelepipedo con gli spigoli smussati che chiamiamo smartphone è in grado di far deflagrare rapporti d’amore e d’amicizia con conseguenze persino tragiche. Che un’intelligenza artificiale sia capace di provare sentimenti umani ce lo ha mostrato il sommo Stanley Kubrick nella sequenza insieme terribile e struggente di HAL 9000, all’interno di quel capolavoro assoluto della fantascienza cinematografica che risponde al nome di 2001: Odissea nello spazio. Il nuovo Sky Original  After Yang, (in onda  martedì 29 novembre alle 21.15 su Sky Cinema Uno, in streaming solo su NOW e disponibile on demand) si colloca in questo contesto tematico.

After Yang, il film con Colin Farrel da stasera su Sky e NOW

Durante una singolare gara di ballo telematica ad eliminazione diretta, la famiglia di Jake, Kyra e Mika (padre, madre e figlia) si rende conto che il robot di casa ha un’anomalia e, quantunque gli restino tre anni di garanzia, i suoi proprietari non riescono a mettersi in contatto col negozio dove è stato acquistato: l’automa non era nuovo ma ricondizionato, come un telefono… Si scopre presto che Yang era stato comprato alla “Second Siblings” (letteralmente secondi fratellisorelle) dove vendono fratelli virtuali per figli adottivi. La diagnosi è impietosa: ciò che impedisce a Yang di funzionare è un problema alla scatola nera, un malfunzionamento del nucleo centrale. Non vi sono che due soluzioni: farlo sostituire (con la possibilità di avere un corposo sconto, se ciò accade prima che cominci a decomporsi) oppure trasformare testa e impianto vocale dell’androide in un assistente virtuale. Perché – sia chiaro – potrà forse apparire cinico ma Yang è una macchina, un ammasso di viti, valvole e altri materiali inorganici e come tale va considerato. Poco importa se ha le fattezze di un essere umano: è una “cosa”, con buona pace della piccola Mika che lo adora come fosse il suo miglior amico. Un fratello virtuale, che serviva a tutelare la sua identità culturale, per insegnarle curiosità sulla Cina. Perché Mika è una bambina cinese adottiva, che concepisce una serie di domande irrisolte, di rovelli, di dubbi amletici: “I nostri genitori sono i nostri genitori però in fondo non lo sono per davvero”, confida a colui che ritiene a ragione essere suo fratello, che è stato comprato proprio per questo. Egliesso, infatti, si affretta a rassicurarla mostrandole a mo’ d’esempio l’innesto di un ramo in un albero: “Anche questo proviene da un altro albero, ma l’albero di famiglia è lo stesso. Serve a creare qualcosa di nuovo, e talvolta di migliore. Come le tue mele preferite.” Le spiega con suadente pedagogia progressista.

Il suo guasto però conduce i suoi proprietari a scoprire insospettabili arcani, che spalancano le porte ad altri sviluppi narrativi, ad ulteriori svolte stilistiche: alcuni robot come Yang sono forniti di spyware: un tipo di malware che si nasconde sui dispositivi, monitora le attività dell’utente e sottrae informazioni sensibili. Anzi potrebbe trattarsi addirittura di una “memory bank”.

Qui inizia un altro film: dal pezzo ricavato dal corpo dell’automa si sprigionano ricordi audiovisivi che nutrono la pellicola di immagini fantasmagoriche e di indizi rivelatori, un subplot dal sapore thrilling. D’ora in poi, infatti, After Yang si trasforma in un thriller fantascientifico di tipo voyeuristico (e anche metalinguistico), nel quale il protagonista, Jake, inizia a proiettare davanti ai suoi occhi (e di conseguenza davanti ai nostri) lampi del passato, con un’ossessività perversa che rimanda a certi capolavori immortali come Fino alla fine del mondo di Wim Wenders, Strage Days di Kathryn Bigelow o Minority Report di Steven Spielberg; film che utilizzano la riflessione sulla forza pervasiva delle immagini audiovisive con approccio persino teoretico. E cambia anche lo stile della regia di Kogonada, il quale, per mimare la grammatica visiva dei ricordi riprodotti, prende a usare una serie di tipici espedienti tecnici come il cosiddetto “jump-cut” (o taglio in asse), il tipico montaggio ellittico e rapsodico in cui non ci si preoccupa di rispettare i raccordi spaziali e temporali della grammatica tradizionale canonica.

Le immagini che scorrono metalinguisticamente davanti agli occhi di Jake (e di rimando davanti ai nostri), producono effetti dirompenti, tali da determinare delle drastiche prese di posizione: “Se non riusciamo ad aggiustare Yang – asserisce sua moglie Kyra, non senza qualche motivo d’apprensione – dobbiamo voltare pagina adesso, subito!” Come un angelo sterminatore alla rovescia, la scomparsa di questo “technosapiens culturale” determina uno sconquasso potenzialmente esiziale nella famiglia, rischiando di mandarla in frantumi. Non solo: i nuovi interrogativi che queste scoperte suggeriscono generano risposte non scontate e la comparsa sulla scena di nuovi personaggi come Ada, una vicina di casa misteriosa registrata nella memoria della sua scatola nera; un clone, per l’esattezza. Ci dice che Yang è stato capace di provare sentimenti antropomorfi, forse persino di amare

Fin qui la trama, per lo meno quel che è opportuno rivelarne; da cui promana l’evocazione di temi molto seri come la reificazione (il processo per cui, nell’economia capitalistica, il lavoro umano è considerato e trattato alla stregua di una cosa) oppure i limiti della privacy (la sostituzione dell’automa renderebbe vulnerabile la difesa dei dati sensibili della vita privata della famiglia). Ma soprattutto temi sentimentali: la piccola Mika, per ragioni anagrafiche, non riesce ad ammettere che tutto ciò accada: “Hai promesso di aggiustarlo – protesta all’indirizzo del padre – hai detto che sarebbe guarito”. Come direbbe un qualsiasi altro nativo digitale allevato a pane e telematica di fronte all’irreparabile rottura di un tablet; dunque, poco capace di considerare l’ipotesi che quel “metaverso” con cui studia, si diverte, comunica, si emoziona etc. etc. sia qualcosa di alieno alla “realtà”. Che non sia autenticamente “vero”. L’effetto di sgomento che questo accidente produce nella bambina è del resto il medesimo che produrrebbe in ciascuno di noi se dovessimo improvvisamente rinunciare a usare il nostro smartphone, portale ormai indispensabile per accedere a una realtà forse virtuale e tuttavia decisamente reale per i suoi riflessi sulla nostra sfera professionale, sociale e persino affettiva.

E Yang non è un tablet o uno smartphone ma un androide, creatura umanissima per cui il cinematografo ha provato da sempre un’attrazione fatale, a partire dal capolavoro espressionista di Fritz Lang, Metropolis, fino ad arrivare a opere più recenti ma altrettanto fondamentali come Blade Runner di Ridley Scott oppure A.I. – Intelligenza artificiale che Steven Spielberg sviluppò da un antico progetto di Kubrick, probabile emanazione dal personaggio di HAL 9000 di cui dicevamo sopra.

After Yang ha un suo fascino assai peculiare, essendo stato scritto, diretto e montato dal regista sudcoreano, Kogonada, noto finora per aver realizzato una serie di video-saggi teorici dedicati al linguaggio cinematografico. È insomma un’opera che si prende i suoi tempi, e che dimostra una cura molto orientale nella composizione delle inquadrature e nella scelta delle musiche (c’è anche un tema di Ryūichi Sakamoto) Non è un caso perciò se il film è stato nominato ai Film Independent Spirit Awards 2023, nelle categorie miglior regia e miglior sceneggiatura.

Kyra è l’attrice britannica di origine giamaicana, Jodie Turner-Smith, già vista in The Neon Demon di Nicolas Winding Refn. Jake è la star irlandese Colin Farrell, che da quando è stato scelto a interpretare i capolavori dell’autore greco Yorgos Lanthimos (The Lobster e Il sacrificio del cervo sacro) ha assunto un portamento perennemente sbigottito e grave, che descrive benissimo lo sgomento di questo carattere. C’è anche spazio per un aforisma del filosofo Lao Tzu, esaustivo e pertinente: “Quella che il bruco chiama fine del mondo, il resto del mondo chiama farfalla”.

Fonte : Sky Tg24