Telecamere cinesi, come sono rientrate negli appalti pubblici in Italia

Per le telecamere di videosorveglianza cinesi si riaprono le porte degli uffici pubblici italiani, nonostante le pressioni internazionali a isolare Pechino nel campo della tecnologia. Come anticipato da Wired a luglio, modelli prodotti da Dahua, uno dei colossi del Dragone nel campo degli impianti di sicurezza, e configurati da un’azienda di Torino, la Jbf, sono stati inclusi nel catalogo di dispositivi scelti dalla nuova convenzione per la videosorveglianza di Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione.

Comuni, Regioni, università, ospedali, musei o altre articolazioni dello Stato che nei prossimi mesi dovranno rinnovare o aumentare il parco di telecamere di sicurezza, potranno rifornirsi solo attraverso i listini di Consip. Nei quali sono presenti almeno due prodotti realizzati da Dahua, ma presenti con il marchio della piemontese Jbf, già individuati da Wired nella fase di presentazione delle offerte quest’estate.

Gli snodi della storia

  1. Il piano B
  2. Una questione diplomatica
  3. Gli acquisti pubblici in Italia
  4. Occhio alle schede tecniche
  5. Questione cybersecurity
  6. Punti interrogativi
  7. Prezzo finale
Le telecamere di Dahua
L’Italia chiude un occhio sulle telecamere cinesi negli uffici pubblici

L’ultima gara Consip per la videosorveglianza non mette divieti espliciti. In lizza ci sono anche impianti prodotti da Dahua, colosso del Dragone. Che ha una strategia per affrontare gli eventuali paletti alla tecnologia made in China

Il piano B

Finita nelle liste nere dei governi occidentali insieme all’altro campione della videosorveglianza cinese, Hikvision, in Italia Dahua ha deciso di slegare il proprio nome dal prodotto. Un “piano B” ideato dal numero uno della filiale locale del gruppo, Pasquale Totaro, fintantoché sussistono limitazioni alla Cina e che ha dato i suoi esiti proprio alla fine di ottobre, con la chiusura dell’appalto e la comparsa sugli scaffali digitali della pubblica amministrazione dei dispositivi progettati al di là della Grande muraglia.

La strategia commerciale di Dahua ha un nome – Netshield – ed è è stata presentata a clienti e agenti commerciali quest’estate. L’accordo con Jbf è il primo passo e, a giudicare dai risultati della gara Consip, ha dato i suoi frutti. Pur non essendo formalmente di un produttore cinese, le telecamere di Dahua sono state inserite nei listini della gara di otto lotti sui 10 complessivi. Tra cui il più importante, quello a cui devono attingere gli enti centrali dello Stato: affidato a Tim e al system integrator I&Si di Aprilia, ammonta a 21 milioni di euro, un terzo del valore complessivo della convenzione (65 milioni di euro). Gli appalti vanno, tra gli altri, anche a Vodafone, Fastweb, Leonardo (la principale società di difesa italiana) e Sicuritalia (che offre servizi di sicurezza).

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Una questione diplomatica

Riavvolgiamo il nastro. Il ricorso a telecamere di videosorveglianza cinesi è da anni un cruccio della politica. A determinare il successo dei prodotti made in China è il buon rapporto qualità-prezzo. Tuttavia, quando Pechino diventa un concorrente tecnologico da isolare, cambia il vento. E scattano una serie di contromisure per bloccare aziende e infrastrutture cinesi

Anche le telecamere di sicurezza finiscono nel mirino, pur non essendo mai stato provato un impiego malevolo. Hikvision e Dahua, i due colossi del settore, diventano ospiti indesiderati negli Stati Uniti nel 2019. Nel 2021 è il Parlamento europeo a votare la rimozione degli impianti di Hikvision. Nel Regno Unito parlamentari premono perché il governo usi il pugno duro. A remare contro le telecamere cinesi sono fattori politici, profili di rischio legati alla contiguità di queste aziende con gli apparati militari di Pechino, sensibilità sui diritti umani nello Xinjiang (la regione centrale della Cina dove il governo perseguita la minoranza degli uiguri, avendo fatto ricorso in passato anche a telecamere con riconoscimento facciale) e protezione del mercato interno. 

Fonte : Wired