Contro la violenza sulle donne sì, ma anche un po’ contro le giornate internazionali

Le chiamate del primo trimestre 2022 al numero pubblico nazionale antiviolenza 1522 sono state 2966. Le donne uccise in casi di femminicidio, ad oggi, dal primo gennaio di quest’anno, sono 104. Se ve lo state chiedendo, sì: i numeri sono in aumento. Esattamente come sono in aumento le iniziative che ogni anno vengono previste in occasione del 25 novembre, dal 1999 Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne. Dovrebbe essere una proporzione inversa, almeno queste erano le intenzioni. Eppure, la tendenza è questa, più si va avanti nel tempo più i casi di violenza contro le donne crescono, così come si moltiplicano gli incontri, gli eventi, le attività e gli sportelli che vorrebbero che questa violenza cessasse. Non sono mai stata forte in matematica ma, a naso, questa è un’equazione che non funziona e allora forse è il caso di cambiare le variabili che la compongono.

Da quando ho subito un episodio di violenza sul mio stesso corpo, ho ovviamente iniziato ad approcciarmi alla questione in maniera diversa. Come sempre, quando una cosa ti tocca da vicino, la prospettiva sul tutto cambia. Dopo essere stata seguita al buio, raggiunta da parole sporche e toccata da mani che lo erano ancora di più, ho avuto paura. Ma poi ho capito che avevo paura anche quando erano stati solo i pensieri a sfiorare me e altre donne, luridi, nascosti sotto uno sguardo incapace di mentire. Pensieri che si mimetizzano tra battute abortite dal loro stesso non essere ironiche, ma soltanto squallide. Ho avuto paura quando la scontatezza della sottomissione è diventata una convinzione delle altre donne, oltre che di molti uomini. Ho avuto paura quando il pensiero degli altri si è fermato al mio, al nostro, essere corpo e non persona. E ho capito quanto la violenza sia spesso un subdolo sinonimo di ignoranza, una patetica deviazione della maleducazione e una pericolosa presunzione di onnipotenza.

Ma la violenza è anche quella scusa dietro la quale ognuno di noi può avere la tentazione di nascondere l’insicurezza che ci fa dire che dovremmo insegnare alle deboli a difendersi, invece di nutrirci di rispetto fin dalla nascita. Tutte e tutti. E come ogni anno, all’avvicinarsi del 25 novembre, mi nasce questo fastidio all’anima, causato anche dalla pruriginosa dicitura “giornata internazionale” che sentiamo il bisogno di mettere in occasioni che rendiamo tali per contingenza quando dovrebbero essere sotto una lente perseverante e continua. E invece nulla. Anche quest’anno toccherà ascoltare parole piene di retorica e vuote di fatti, pretenziose nel loro risolvere il problema dalla cima e non alla radice, con tanto di “certezza della pena” e “aiuto a denunciare” che probabilmente non faranno altro che aggiungere fuoco ad un incendio in corso da tempo, mentre i palazzi delle istituzioni si illuminano di rosso e i più ci passeranno accanto senza nemmeno chiedersi il perché.

Fonte : Today