Perché l’Italia ha paura del regolamento Ue sul packaging

Nel passaggio dal riciclo al riuso l’Italia rischia di perdere aziende e posti di lavoro. Questo è l’allarme lanciato dall’industria tricolore degli imballaggi in vista della presentazione da parte della Commissione europea del provvedimento che preoccupa il settore. Come anticipato da settimane, la normativa in via di definizione mira a introdurre obiettivi di riutilizzo degli imballaggi per alimenti e bevande, togliendo spazio all’esistente filiera del riciclaggio dei prodotti, che in Italia è ben più avanzata che nel resto d’Europa. Una svolta già contestata dal governo italiano.

“Siamo in un’economia di guerra, abbiamo un modello virtuoso, il più virtuoso del mondo, e in nome di un’ideologia, e non si capisce bene di quali interessi, lo vogliamo demolire, siamo veramente fuori strada”, ha detto all’Agi Antonio D’Amato, vice presidente di Eppa – European Paper Packaging Allinace. Negli ultimi anni l’Italia ha puntato fortemente sul riciclo degli imballaggi. Lo scorso anno si stima che il Belpaese abbia avviato a riciclo il 73,3% del packaging immesso sul mercato, per un totale di materiale pari a 10 milioni e 550mila tonnellate. Le regole Ue vigenti chiedono un minimo di 65% di riciclo totale da raggiungere entro il 2025. Ma con il cambio delle norme a favore del riutilizzo dei prodotti, l’Italia rischia di trovarsi in difficoltà.

Quello che è “veramente paradossale”, ha aggiunto D’Amato, è che la proposta di regolamento “rappresenta una visione puramente ideologica e demagogica” perché “da un lato si cerca di realizzare un minor impatto ambientale. Dall’altro lato si mette in moto un processo nel quale si accentua, in maniera significativa, la creazione di CO2 e si aggrava in maniera molto pesante anche il water stress”, tra le cause della siccità. A questo proposito l’European Paper Packaging Alliance (Eppa) ha commissionato uno studio sul ciclo di vita dei prodotti monouso in carta – materia prima rinnovabile, certificata e pienamente riciclabile e realmente riciclata – che dimostra come il passaggio ad alternative riutilizzabili genererebbe il 48% in più di emissioni di CO2, consumerebbe il 39% in più di acqua potabile e richiederebbe l’82% in più di estrazione di minerali e risorse.

Lo studio considera nell’impatto ambientale dei prodotti riutilizzati tutto il processo che li accompagna: dal trasporto di ritorno presso i ristoranti o altri punti vendita di bevande e alimenti dopo il loro primo utilizzo, al lavaggio e all’asciugatura. Passaggi che, a detta dell’industria italiana, consumano più energia, più acqua e più risorse di quelle necessarie per la produzione e l’utilizzo di imballaggi monouso in carta.

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“Pensare di poter proibire il prodotto monouso per poter privilegiare invece l’imballaggio riutilizzabile non solo è contrario a quelle che sono le logiche più elementari di protezione dell’alimento e di tutela della salute del consumatore – ha concluso D’Amato – ma comporta un aggravio fondamentale in termini di produzione di CO2 quattro volte più che la produzione di contenitori monouso, in termini di consumo d’acqua stiamo parlando di 4-5 volte di più”. Considerazioni che, unite alle preoccupazioni del settore per il danno alla filiera italiana del packaging, potrebbero convincere la Commissione a tornare sui propri passi.

Fonte : Today