The Bleeder Recensione: la storia del vero Rocky Balboa

Non poteva certo avere una vita tranquilla qualcuno conosciuto con il soprannome di “Il sanguinante di Bayonne” ed effettivamente di disavventure ne ha da raccontare Chuck Wepner, oggi ottantatreenne, dopo aver trascorso gran parte dei suoi giorni sul ring. Chuck è stato infatti il pugile che ha ispirato il personaggio di Rocky Balboa, portato a successo globale e sempiterno dai film con protagonista Sylvester Stallone.

Come vi raccontiamo nella recensione di The Bleeder – che trovate su Amazon Prime Video – ci troviamo davanti ad un’operazione biografica che ripercorre gli anni cruciali di questa figura senza mezze misure, dall’ego autodistruttivo e capace di picchiare duro non soltanto sul quadrato ma anche nella vita reale, sia dandole che prendendole in ottica ovviamente metaforica. Un individuo fuori dagli schemi che qui rivive in un onesto bio-pic grazie alla convincente interpretazione di Liev Schreiber.

The Bleeder: fuori e dentro il ring

La storia ha inizio nei primi anni Settanta, con Chuck che continua a scalare le classifiche e a ottenere una certa fama nell’ambiente pugilistico ottenendo vittorie su vittorie, tanto da sperare di affrontare un giorno il campione George Foreman. Campione che perde la corona, contro ogni pronostico, a favore di Muhammad Ali, durante un incontro storico divenuto leggenda conosciuto come The Rumble in the Jungle. Chuck si troverà quindi a sfidare proprio Ali, in un altro match di portata epica che lo renderà famoso.

Nel frattempo l’uomo si trova ad affrontare una disastrata situazione familiare, complicata dai suoi ripetuti tradimenti che lo portano a lasciarsi e riconciliarsi più volte con la moglie Phyliss, sempre più stanca delle sue scappatelle e contraria a fargli crescere in comune accordo i figli. Chuck trova un’inaspettata ribalta quando proprio la sua abnegazione nel sopracitato match diventa di ispirazione per il film Rocky e viene invitato come ospite ad eventi e celebrazioni: una fama effimera che devasta definitivamente la sua situazione coniugale e lo porta a diventare dipendente dalla cocaina, trascinandolo sempre più a fondo.

Fuori dagli sche(r)mi

Conosce a memoria tutte le battute di Una faccia piena di pugni (1962) con Anthony Quinn, non riesce a resistere al fascino delle belle donne, ha un carattere che lo porta a litigare con le persone che gli vogliono bene e non sa gestire la propria fama.

Insomma, Chuck Wepner è un personaggio senza mezze misure, difficile da amare ma anche da odiare in una complessità ambigua e ricca di sfaccettature, tanto che la sua vera essenza sembra essere esclusivamente sul ring quando si trova a fare a cazzotti – gli amanti della boxe ci perdoneranno questa definizione volutamente semplicistica.
Certo non è il Jake LaMotta di Toro Scatenato (1980) ed è anche parecchio distante dalla sua ideale controparte sul grande schermo, ovvero il Rocky stalloniano, ma le sequenze sul ring sono comunque di discreta fattura, soprattutto nelle fasi che lo vedono affrontare Ali in un incontro controverso fin dalla sua genesi. The Bleeder cerca di trovare un equilibrio tra l’anima sportiva del racconto e la vita privata del nostro, ma la durata limitata – poco più di un’ora e mezza – non riesce sempre ad approfondire appieno tutte le varie anime, offrendo un ritratto tanto accattivante quanto parzialmente superficiale, con breve note informative a precedere i titoli di coda che ci informano sull’effettivo destino di Chuck.

Ottimo il cast di supporto, soprattutto femminile, con Elisabeth Moss nei panni della moglie più volte tradita, la Sadie Sink di Stranger Things in un piccolo cammeo e Naomi Watts nelle vesti di potenziale anima gemella salvifica: durante le riprese la Watts e Schreiber erano ancora sposati, prima del divorzio avvenuto soltanto qualche mese più tardi. Compare anche una versione ad hoc dello stesso Sly – con il volto di Morgan Spector -anche in una scena dove sta girando Sorvegliato speciale (1989) all’interno di un carcere. Per altre curiosità a riguardo, la nostra recensione di Sorvegliato speciale è a portata di clic.

Philippe Falardeau, già regista dell’apprezzato Monsieur Lazhar (2011) e del recente Un anno con Salinger (2020), dirige con mano sicura e alterna qua e là filmati di repertorio, cercando di trovare i necessari sussulti documentaristici in un’operazione senza dubbio interessante per chi vuole saperne di più sul fenomeno Balboa, recitata con garbo e dovizia ma mai trascendentale come forse il personaggio alla fonte avrebbe meritato. Leggete qui tutte le tappe della leggendaria saga di Rocky Balboa.

Fonte : Everyeye