Così il caro bollette penalizza anche la filiera del tonno in scatola

AGI – Anche i tonni soffrono. Specie quelli in scatola. Soffrono la crisi energetica e vivono anche loro il dramma dell’aumento dei costi della bolletta. Insomma, uno dei comparti più virtuosi e strategici dell’industria alimentare italiana, tanto da fare del nostro Paese il mercato di riferimento mondiale per la qualità delle conserve ittiche, è oggi in grande difficoltà.

Simone Legnani, presidente Ancit, l’Associazione Nazionale Conservieri Ittici e delle Tonnare, lamenta ad esempio il fatto che “le nostre sono filiere di approvvigionamento lunghe e i costi che influenzeranno almeno tutto il primo semestre del 2023 non lasciano grandi margini di ottimismo” anche se poi auspica che “la distribuzione riconosca oggettivamente l’adeguamento dei prezzi e che le Autorità di Governo e la classe politica intervengano con dei sostegni atti a favorire la liquidità delle nostre aziende, il superamento dell’attuale crisi energetica e gli investimenti perché sono il nostro plus”. Di fatto, un appello accorato al nascente governo di centrodestra a guida Giorgia Meloni ad intervenire.

L’Ancit sottolinea tuttavia in una nota che “pur non risultando un settore altamente energivoro, quello conserviero ittico sta soffrendo oltremodo i rialzi continui della bolletta energetica con aumenti che sono superiori al 60% solo negli ultimi mesi e quasi triplicati, circa +301%, nell’ultimo anno”.

Ma questa crescita finisce per riverberarsi a cascata su tutte le materie prime utilizzate dal comparto, a partire da quello del pesce: secondo gli ultimi dati il costo del tonno è infatti aumentato con picchi di oltre il 30% nell’ultimo anno fino all’olio ed ai materiali di imballaggio (packaging) che negli ultimi dodici mesi sono cresciuti oltre il 50% e sui pack come lattine, vasetti in vetro, carta che vengono prodotte da filiere in verità energivore.

Eppure, si fa notare, quello del tonno non è un mercato che va male, anzi: la produzione nazionale di tonno in scatola, ad esempio, nel 2021 “si è attestata su 83.861 tonnellate (+4,35% sul 2020), superando addirittura l’eccezionalità di un anno come quello del 2020, che lo ha visto piazzarsi tra gli alimenti preferiti dagli italiani durante il lockdown dell’ultimo biennio”.

E con un consumo pro capite – secondo i dati Ancit su baseIstat – di 2.67 kg annui, per un totale di 158.589 tonnellate di tonno in scatola consumate dagli italiani nel 2021, tant’è che nell’anno il nostro Paese “ha registrato un valore di mercato di circa 1.380 milioni di euro”. I costi dell’attività produttiva hanno però raggiunto “livelli intollerabili”, tanto che lo scenario per il futuro “è allarmistico e l’inflazione rischia di mettere in ginocchio le aziende”, aggiunge la nota Ancit.

Il tonno lo mangiano tutti, un italiano su tre

Di fatto il tonno in scatola, secondo le rilevazioni, guida sia la produzione e anche il consumo, “ma sono anche acciughe sotto sale e sott’olio, sgombri, sardine, salmone, vongole e antipasti di mare a fare del settore il simbolo della tradizione gastronomica italiana, contribuendo al prestigio del Made in Italy in tutto il mondo”. Tanto che il totale del comparto conserviero ittico nel 2021 ha registrato un fatturato di circa 1.780 milioni di euro. Secondo la Doxa, ad esempio, il tonno lo mangiano tutti (99%), nel complesso oltre 1 italiano su 3 (36%) per circa due o tre volte a settimana.

A tutto ciò si deve aggiungere il problema della siccità che quest’anno ha colpito l’Europa in modo grave determinando un raccolto di olive scarso con ripercussioni sulla disponibilità di olio di oliva usato per la conservazione del tonno e non solo di questo prodotto, con conseguente incremento del prezzo (picchi del +31% per l’olio d’oliva e del +19% per l’extravergine d’oliva rispetto ad un anno fa, secondo PricePedia).

Mentre l’invasione dell’Ucraina – principale fornitore al mondo di olio di girasole con il 60% della produzione mondiale e il 75% dell’export – ha fatto registrare un incremento del +41,6% nell’ultimo anno. Un altro pericolo aggiuntivo si sta palesando poi in tutta la sua concretezza: il continuo apprezzamento del dollaro americano nei confronti dell’euro, che ha perso da fine 2021 circa il 18 % del suo valore. Tutto questo ha generato un ulteriore impatto sui costi della materia prima tonno (acquistata principalmente in dollari) che altre filiere basate sull’euro in verità non hanno.

Secondo Legnani, “finora le aziende conserviere ittiche italiane hanno fatto il possibile per assorbire i rincari, ma si rischia di compromettere il futuro delle stesse aziende se non si corre ai ripari”. E il presidente dell’Ancit lancia l’allarme: “Inoltre, sta diventando arduo reperire le materie prime perché alcuni produttori hanno dovuto chiudere per mancanza di finanze, così come già alcune aziende del nostro settore stanno riducendo la produzione. Non possono ancora fare da ‘ammortizzatore’ economico, schiacciate tra costi crescenti e ricavi non sufficienti a coprire gli stessi costi. L’allarme c’è, da mesi”, conclude.

Tutti i dati, poi, confermano l’Italia “come uno dei più importanti mercati al mondo per il consumo di questo alimento e come secondo produttore europeo, dopo la Spagna”.

Fonte : Agi