Quel pasticciaccio brutto degli eletti che entrano ed escono dalla Camera

Il pasticcio, come dimostra invece il surreale rompicapo calabrese che riguarda il Movimento 5 Stelle dove in sostanza sono finiti i candidati nel listino plurinominale perché già eletti altrove o all’uninominale, è stato aggravato appunto dalla possibilità delle candidature multiple. Abbiamo visto i nomi di molti esponenti, soprattutto i più noti da Silvio Berlusconi a Carlo Calenda fino a Enrico Letta, collocati nei listini plurinominali un po’ ovunque come effetto civetta o traino, una sostanziale frode nei confronti degli elettori. Nel complesso, il fenomeno ha riguardato ben 1.059 candidati. Una possibilità, quella di candidarsi fino a cinque collegi plurinominali, concessa dalla legge elettorale e che mortifica ancora più in profondità la già scarsa rappresentatività del meccanismo, basato su circoscrizioni e collegi molto ampi, costituiti anche da milioni di persone e senza alcun senso, appunto, in termini di rappresentanza. 

Più trasparenza

C’è un’esigenza di trasparenza – spiega Alessandro Fusacchia, deputato uscente del gruppo misto non ricandidato alle ultime elezioni che è intervenuto sul tema – c’è una complessità crescente nel tradurre le leggi in algoritmi. Banalmente, più teste e competenze ci si mettono più si riduce la possibilità dell’errore. Senz’altro ci sono sempre stati problemi nell’attribuzione dei seggi. Io fui eletto nel collegio Europa nel 2018 e l’ho saputo dopo due settimane. In quel caso fu però una questione diversa, legata allo scrutinio. In questo caso sappiamo esattamente quanti sono i voti: una volta che sono certi, per tradurli in seggi dovrebbe volerci un minuto, se l’algoritmo è scritto bene”. 

Nel complesso, dice Fusacchia, “bisogna rafforzare nelle pubbliche amministrazioni le competenze su queste discipline: giuristi, matematici, amministrativisti. Abbiamo dei matematici al ministero dell’Interno? Chi ci ha lavorato su questi dati e chi ha fatto questi lavori che richiedono competenze interdisciplinari”. Secondo punto, dice Fusacchia: “Che strumenti usiamo davvero? Stiamo ancora con le tabelle Excel o c’è davvero un algoritmo alla base? L’errore è stato scoperto non al ministero ma altrove, fra Cassazione e YouTrend. Eligendo non è una fonte ufficiale, siamo d’accordo, ma stiamo parlando di una piattaforma del Viminale. Non possiamo giocare con la vita delle persone e delle comunità che rappresentano”. Insomma, tutta questa storia costituisce un elemento di sfiducia e di debolezza nella qualità della nostra democrazia. 

La legge elettorale non è l’unico fronte coinvolto dal ragionamento di Fusacchia, che riporta il caso dell’algoritmo della “Buona scuola” di alcuni anni fa a cui ha dedicato una parte del suo ultimo libro (Lo stato a nudo, in uscita per Laterza) relativo al contratto degli insegnanti e alla loro mobilità. Era un contratto talmente complesso che quando si andò a tradurlo in un algoritmo vennero fuori dei buchi logici: “Il legislatore fa testi normativi sempre più complicati confidando in una formula matematica magica che alla fine non funziona, perché i presupposti sono sbagliati” aggiunge. Occhio insomma al soluzionismo tecnologico-matematico: “Se siamo raffazzonati nel fare le leggi, ci porteremo dietro questo quegli errori di partenza”. Serve poi che queste formule siano trasparenti, così “chiunque potrà capire se il modo in cui è scritto riflette correttamente, per esempio nel caso del voto, le prescrizioni della legge elettorale”.

Fonte : Wired