Ti Mangio il Cuore Recensione: Elodie in una storia di passione e sangue

La Puglia è una terra ostile lasciata al dominio di un gruppo di famiglie arcinote alla comunità ed alla legge, che si fanno forti dell’assenza dello Stato per estendere il loro dominio su una delle regioni più complicate dello Stivale, ma anche poco discussa e meno incline ai disonori della cronaca rispetto ad altre realtà che soffrono dello stesso problema. Il regista e sceneggiatore barese Pippo Mezzapesa torna a fotografare i contrasti della sua magnifica terra puntando i riflettori sulla Sacra Corona Unita, inquadrandola attraverso il racconto della Quarta Mafia e di un amore viscerale, tanto forte quanto profondamente sbagliato.

Ti Mangio il Cuore arriva nei cinema italiani il 22 settembre e porta con sé l’interpretazione della cantante Elodie, che alla sua seconda esperienza su un set indossa gli scomodissimi panni della prima pentita di mafia del Gargano, all’interno di una pellicola dalle evoluzioni classiche ma non per questo banale, capace di ammaliare con i suoi continui contrasti fisici e visivi mentre intorno ai protagonisti regna il vuoto. Il nuovo film di Mezzapesa è prodotto da Indigo Film con la collaborazione di Rai Cinema, ed approda al cinema dopo il suo passaggio al Festival di Venezia grazie alla distribuzione di 01 Distribution (lo trovate infatti tra i film in sala di settembre 2022), mentre è già noto che sarà disponibile in streaming da gennaio su Paramount+, la piattaforma appena arrivata in Italia (trovate qui le nostre impressioni su Paramount+).

Una guerra senza fine

Il Promontorio del Gargano è lacerato da una guerra intestina che si protrae da decenni, bagnando il terreno fertile col sangue di due famiglie in continua competizione per il dominio di quelle zone dimenticate dalle autorità.

All’alba degli anni Sessanta i Malatesta sono stati decimati dagli esponenti dei Camporeale, i cui assassini abbandonano il luogo dell’ultimo massacro ignari di un ragazzo che, nascondendosi nel fracasso del porcile, è sopravvissuto alla strage dei suoi parenti. Michele Malatesta quel giorno ha giurato vendetta sul volto sfigurato del padre, raggiungendola in poco più di quarant’anni e arrivando nel nuovo millennio da padrone assoluto della sua terra. La famiglia rivale è allo sbando ma non completamente sparita dal territorio, e ancora lotta in maniera pacifica sulle questioni più veniali del momento, come l’onore di aprire la processione imbracciando la statua della Madonna, mentre il loro capo Santo Camporeale è latitante in una grotta sperduta. A fare le sue veci c’è la moglie Marilena (Elodie), madre di due figli e rinchiusa in un ruolo puramente figurativo, perché il vero potere della famiglia continua a rimanere in mani maschili, costretta ad una vita di clausura lontana dagli uomini che temono l’ira del marito lontano. La stessa paura non ghermisce però Andrea Malatesta (Francesco Patanè), figlio del boss Michele, che sfrutta il desiderio passionale della donna per soddisfare le sue bramosie, senza riflettere sulle conseguenze di una relazione che potrebbe spingere le loro famiglie a riaccendere le braci di una guerra senza fine.

Onore e morte

Calare Shakespeare nei paesini umili del Gargano è un’operazione rischiosa che Pippo Mezzapesa mette in atto a partire dall’omonimo romanzo d’inchiesta firmato Carlo Bonini e Giuliano Foschini, due giornalisti che hanno studiato a lungo il fenomeno della cosiddetta Quarta Mafia, la società che domina la Puglia terrorizzandola con proiettili e minacce, e dalla vera storia di Rosa di Fiore, la prima pentita di mafia del Gargano.

La turbolenta relazione che unisce i due protagonisti è infatti il motore di una pellicola che non nasconde le sue voglie sanguinarie, diventando molto in fretta il racconto di aggressioni, trappole ed omicidi vendicativi in nome di un onore macchiato, mentre il contesto sentimentale viene lasciato ad una Marilena dapprima libera ma poi nuovamente intrappolata, rinchiusa dalla rabbia in continua evoluzione di Andrea, soggetto ad un cambiamento profondo ma plausibile dato il contesto che il suo errore ha generato. Mezzapesa intreccia una storia che gronda crudeltà e sangue, ma sceglie di raccontarla soffermandosi sull’intimità della preparazione piuttosto che nella sua brutale esecuzione, dando maggior risalto ad una cornice spietata che vede le famiglie mafiose tiranneggiare sul territorio senza curarsi di uno Stato che rimarrà per sempre assente.

La lotta continua

La trama si evolve in maniera alquanto frettolosa nelle sue fasi iniziali, in particolar modo quando c’è da tratteggiare i sentimenti che uniscono i suoi protagonisti ed il repentino crollo della pace in seguito alla loro scoperta, ma rallenta nel momento dello scoppio della guerra per descrivere con cura sempre maggiore non solo gli eventi di una lotta a tutto campo, ma anche i personaggi ed i loro rapporti.

Alla già citata metamorfosi di Andrea si accompagnano i nuovi equilibri all’interno della famiglia, ed assume particolare lustro l’interpretazione di una durissima Teresa (la madre di Andrea) da parte di Lidia Vitale, mentre il ruolo di Marilena si assottiglia col tempo fino a diventare marginale, quasi un ornamento all’interno dell’arco narrativo del nuovo boss Malatesta e della sua improvvisa ferocia. La pellicola si diverte nel suo gioco di contrasti imbastendo un bianco e nero che spoglia fino all’estremo la cornice brulla di una Puglia arcaica – quasi una cartolina sospesa nel tempo – reiterandolo con la contrapposizione di morte e santi, con la malavita votata al cattolicesimo tanto quanto alla barbarie, per una classica storia di vendetta e passione che getta nuova luce sulla sfaccettata realtà criminale del nostro Paese.

Fonte : Everyeye