Simone Mancini: “Scalapay? È un unicorno italiano. Qui creiamo valore e paghiamo le tasse”

Nella vita ha fatto di tutto. Ha vissuto in una Missione in Australia. Ha lavorato in un allevamento di polli, nei campi di banane, nei ristoranti di cucina indiana. In una fintech. Ha seguito un corso di cucito per creare una linea di felpe reversibili. E per venderle ha imparato come fare da zero un sito di e-commerce. Si è laureato in Economia, ha fatto corsi online. Ha creato un marketplace per il cibo fatto in casa, poi una piattaforma per vendere torte. E infine un unicorno: Scalapay, la startup del Buy Now, Pay later (BNPL, “compra ora, paga poi”).

“Ci dicono che dovresti sapere a 18 anni cosa vuoi fare da grande. Invece non puoi saperlo. È più utile sperimentare. Fare esperienze diverse che al momento non sai a cosa servono, ma poi improvvisamente si sommano e tu riesci a collegare gli opposti. E creare qualcosa di nuovo”.

La storia di Simone Mancini, 34 anni, non è solo quella del founder di una fintech che offre soluzioni di pagamento dilazionati per l’ecommerce. È anche la storia di un uomo, figlio di missionari, che ha vissuto per 30 anni in Australia e poi come i suoi genitori – ma all’inverso – ha lasciato tutto, ed è rientrato in Italia con moglie, tre figli (il quarto è in arrivo) e un’idea rivoluzionaria: offrire un’alternativa alle carte di credito. “Nel 1991 i miei genitori hanno venduto tutto quello che avevano, la casa e l’impresa, e come discepoli e in segno di gratitudine sono stati mandati a Darwin per portare la fede in quell’angolo di mondo. Così ho conosciuto l’essenziale. Ho capito che si può vivere bene con poco. Ho sviluppato la propensione al rischio, quella voglia di fare cose un po’ fuori dagli schemi. Scalapay non sarebbe nata se non avessi sperimentato prima”.

Partiamo dalla fine. Scalapay è un’azienda italiana, nata a Firenze a luglio del 2019, per aiutare i commercianti online. «Sono stato venditore online, so quanto è difficile battere la concorrenza dei grandi». Offre un pagamento a rate, dove tutti vincono. Il cliente paga dilazionato senza interessi, il merchant riceve subito tutto l’importo sul suo conto, Scalapay prende una commissione dai merchant. Dopo poco tempo, Scalapay ha trasferito la sede a Milano.

“Qui è dove viene creato il valore e la proprietà intellettuale. La capogruppo è una Holding irlandese che detiene le partecipazioni della società italiana. A scanso di equivoci, non è una scelta per avere agevolazioni fiscali. Paghiamo in Italia la maggior parte delle tasse. La realtà è che gli investitori, quasi tutti stranieri, non investono in aziende italiane: non conoscono la lingua, il diritto e la normativa”.

E a chi sostiene che Scalapay non sia un’azienda italiana, Mancini risponde: “È facile cercare di screditare chi fa qualcosa.  Avere una holding irlandese è un dettaglio irrilevante e mostra poca comprensione di quello che cercano gli investitori”. Scalapay ha raccolto circa 700 milioni di euro. Fondi inglesi, americani, cinesi. Come Fasanara Capital, Tiger Global, Tensel e altri. Con l’ultimo round è diventata un unicorno. Il terzo in Italia dopo Yoox e Depop.

“Nata come una sperimentazione, come tutti gli altri miei lavori, era un progetto pronto a fallire. Ci entusiasmava moltissimo, ma non avevamo l’assillo di avere successo”. Invece Scalapay funziona. In tre anni conquista 5 mila negozi, 2 milioni e mezzo di clienti e si è diffusa in 4 Paesi: Italia, Francia, Spagna e Portogallo.

Società italiana, team internazionale. L’idea di Scalapay nasce con l’amico di sempre Johnny Mitresvki (co-founder e CTO di Scalapay). I due lavorano insieme fin da giovanissimi. Sono due maghi dell’e-commerce. “Eravamo bravi nella parte tecnica, ma pessimi nel vendere un prodotto. Volevamo fare qualcosa per i venditori online. Parlando con loro ci siamo accorti che il pagamento a rate era la soluzione che aveva un impatto maggiore”. Studiano il modello, si innamorano.

“È una soluzione equa, dà un’alternativa valida alle carte di credito, che si usano con grande facilità e senza mai vedere quello che spendi e gli interessi che stai accumulando. Con Scalapay, ogni volta che l’utente fa un acquisto vede il riepilogo dei pagamenti e ha modo di capire se può pagare o meno. La prima rata te la prendiamo subito. La seconda a distanza di 30 giorni, la terza dopo 60.  Incentiviamo il consumo di beni non necessari? Non è la tecnologia in sé, è l’uso che se fa. Internet è un’invenzione meravigliosa, eppure la puoi usare anche per fare del male”.

L’avanzata di Scalapay è piena di difficoltà. Le maggiori legate a convincere i commercianti, in parte – quelle più grandi – legate alla raccolta fondi.  La prima, all’inizio di questa avventura. “Mi ero già dimesso dalla fintech in cui lavoravo a Sydney ed ero già arrivato in Italia per fondare la mia azienda. L’investitore principale era un australiano. Improvvisamente mi chiama per informarmi che non avrebbe più investito. Avevo già lasciato il mio lavoro, ero nel panico. Ma dopo 20 giorni ci ha ripensato”. Seconda difficoltà: inizio marzo 2020. «Era previsto un secondo round di finanziamento. Gli investitori mi chiamano: salta tutto. “Ti rendi conto di cosa sta succedendo nel mondo?” L’Italia è il primo paese che va in lockdown. Ho avuto paura. Nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Poi nel 2021 è arrivato il boom dell’ecommerce”.

 

Storia nella storia

Liceo artistico, laurea in Economia a Darwin, corsi online all’università di Melbourne, Mancini ha uno spirito imprenditoriale spiccato e una tendenza a sperimentare ogni cosa. Da come fare l’espresso a come organizzare il team. “In questo momento mi trovo a Darwin in vacanza, fra pochi giorni andrò nei nostri uffici di Sydney, sto studiando come migliorare la struttura organizzativa di Scalapay: mi sono reso conto che crescendo in fretta è una parte che ho tralasciato. Mi appassiona il modello Flat management, senza gerarchia. Sto studiano il modello Tesla, dove ognuno decide il progetto, crea un gruppo di lavoro e lo esegue in autonomia, coordinando il suo gruppo”.

Darwin. Australia del Nord. Trent’anni fa in questo pezzo di mondo arrivano mamma e papà Mancini. Con loro 6 figli, l’ultimo – il settimo-  nascerà qui. La loro storia sembra un film. “Mio padre aveva una vetreria in Toscana. Si spaccava di lavoro, anche 20 ore al giorno. Viveva solo per lavorare. Mia madre faceva una vita in solitudine. Si erano sposati da poco, avevano avuto una figlia, e il matrimonio stava saltando. Per caso incontrano un prete, iniziano un percorso spirituale e scoprono il Cammino Neocatecumenale”. Il fondatore del movimento è un artista spagnolo, Kiko Arguello, discepolo di Picasso. Proveniva da una famiglia benestante, in casa aveva la servitù. “Un giorno – racconta Mancini – ha visto piangere una ragazza che lavorava per lui. “Mio marito mi picchia”. Kiko decide di accompagnarla a casa la sera stessa per parlare con il marito. Siamo a Madrid, anni ‘70. Lei vive nelle baracche. Kiko si impressiona, inizia ad avvicinarsi alla fede e a domandarsi:  “se Dio torna su questa terra, dove voglio che mi trovi? La risposta: “In mezzo ai poveri”. L’incontro con il Cammino Neocatecumenale ha cambiato la vita dei miei genitori. Hanno capito che la vera realizzazione non è vivere per se stessi ma per l’altro”.

“Quando fai una scelta di questo genere o lo fai perché sei pazzo (e potrebbe anche essere – scherza) o è perché ci credi e credi che esista la provvidenza. Mio papà non parlava l’inglese, faceva lavori umili. Mia madre non lavorava, dovevano essere liberi per andare a catechizzare. Eppure non ci è mancato l’essenziale e non abbiamo mai vissuto con la sensazione di essere poveri e di non poter studiare”.

A scuola Simone non è uno studente modello. A 15 anni vuole lasciare il liceo. “Mio padre mi disse: ‘Prima devi passare una prova, viene a lavorare con me in un allevamento polli’.  Voleva vedere come mi adeguavo al lavoro.  Mi faceva trasportare gli scarti dei polli pieni di vermi, mi costringeva a pulirli in una stanza con un getto dell’acqua molto forte, e tutti i vermi mi rimbalzavano addosso. Sopravvissuto all’esperimento, mi ha mandato a lavorare in una piantagione di banane, con un gruppo di prigionieri delle isole neozelandesi. ‘Taglia i cesti dalle piante’. All’interno c’erano ragni, rane, erba altissima, serpenti. Faceva caldissimo. Ho rinunciato e sono tornato a scuola”. Il resto è storia.

Il segreto? Ancora una volta, torna la parola “sperimentare”. La vita dei grandi innovatori è caratterizzata da esperimenti andati a male. Guarda Elon Musk. Quanti rockets ha fatto esplodere, uno dopo l’altro, prima di farcela? Le persone dicevano che a ogni esplosione si avvicinava alla rovina. In realtà era l’opposto. Con ogni lancio che non andava a buon fine, lui imparava e migliorava.

Fonte : Repubblica