Da Artemis allo sbarco su Marte, astronauta Guidoni a Fanpage: “Ecco perché torniamo sulla Luna”

1 Settembre 2022

L’astronauta e astrofisico Umberto Guidoni, primo europeo a salire a bordo della ISS, ci racconta l’emozionante futuro della rinnovata corsa allo spazio.

5 CONDIVISIONI

Negli ultimi anni la corsa allo spazio ha subito un nuovo e vigoroso slancio, spinta da molteplici fattori che coinvolgono interessi economici, supremazia tecnologica e anche equilibri fra superpotenze. Il programma Artemis della NASA, che ha l’obiettivo di riportare l’uomo sulla Luna a mezzo secolo dalle missioni Apollo, è divenuto il simbolo di questa rinascita, anche perché funge da trampolino di lancio per l’attuale obiettivo più ambizioso dell’esplorazione spaziale: la conquista di Marte. Anche il turismo spaziale e il lancio di satelliti sempre più sostenuto – si pensi alle migliaia di dispositivi Starlink di Elon Musk – sono novità legate a questa nuova “epoca d’oro” per il settore. Per capire importanza e conseguenze di questi progetti abbiamo intervistato qualcuno che nello spazio c’è stato davvero, l’astronauta e astrofisico Umberto Guidoni, il primo europeo ad aver messo piede sulla Stazione Spaziale Internazionale nel 2001. Ecco cosa ci ha raccontato.

Dottor Guidoni, innanzitutto le chiediamo: quanto le manca lo spazio? Se le dovessero chiedere di partecipare alla missione Artemis le farebbe piacere?

Lo spazio sicuramente mi manca. È un’esperienza talmente fuori dal mondo – diciamo così – che è difficile non sentirne la mancanza. Sì, io partirei per la Luna, ma mi rendo conto che non è possibile. Sia perché ci vuole un addestramento, ci vuole una preparazione, sia perché ormai ho raggiunto l’età della pensione. Sono fuori dalla cerchia degli astronauti attivi. Però non c’è dubbio che è una sfida bellissima per la nuova generazione di astronauti. Io quand’ero ragazzo ho assistito allo sbarco dei primi uomini sulla Luna, Armstrong e Aldrin, e sognavo allora da grande di fare lo stesso mestiere. Magari di andare su Marte, visto che la Luna era già stata raggiunta. Poi sappiamo che non è andata così. Ci sono stati 50 anni di intervallo da quelle missioni e adesso siamo in una fase in cui invece sembra proprio che tutto sia pronto per tornare sulla Luna e andare anche oltre. Quindi c’è un po’ di invidia per questa nuova generazione di astronauti, che si troverà ad affrontare questa bellissima impresa.

Leggi anche

Un viaggio verso Marte trasforma il nostro corpo: cosa rischiano gli astronauti

Nella sua seconda missione nello spazio con la NASA è arrivato sulla Stazione Spaziale Internazionale come primo europeo e ha contribuito a costruirla. Com’è cambiata la vita a bordo della ISS in 20 anni?

Intanto la stazione spaziale di per sé ha rappresentato un punto di svolta proprio nel modo in cui noi effettuiamo le missioni nello spazio. Prima di allora c’era lo Space Shuttle che poteva rimanere per qualche settimana, al massimo due settimane nello spazio, quindi per forza di cose era limitato dal punto di vista delle tipologie di ricerche che si potevano fare. La stazione spaziale ha ampliato enormemente questa possibilità, ormai gli astronauti rimangono in orbita per molti mesi. Quindi la ricerca è cambiata profondamente. Io ho partecipato alla costruzione della stazione, è stata una delle primissime missioni. Praticamente era la seconda missione con astronauti a bordo della ISS, e poi da lì la stazione ha continuato a crescere. Quindi all’inizio c’era soltanto un laboratorio, oggi ce ne sono tre di laboratori. Oltre a quello americano, che era già presente nel 2001, si sono aggiunti un modulo europeo e un modulo giapponese. E quindi chiaramente anche la possibilità di fare esperimenti è triplicata. E poi c’è questa nuova ondata di veicoli, alcuni dei quali commerciali, che è una novità assoluta. Fino all’epoca dello Shuttle tutti i veicoli venivano costruiti dalle agenzie spaziali nazionali, ora si ha una presenza di veicoli commerciali che vengono affittati. Quindi non solo agli astronauti professionisti, come quelli della NASA o di altre agenzie spaziali, ma anche a privati, come abbiamo assistito in questi ultimi anni. Sulla ISS sono arrivati i primi turisti, addirittura è stato girato un film e probabilmente ne verranno fatti altri. Quindi, diciamo così, lo spazio in qualche modo diventa molto più vicino rispetto a quello che era qualche decennio fa. E questo anche grazie all’attività svolta sulla stazione spaziale internazionale, che ha dimostrato che effettivamente si può lavorare e vivere per lungo tempo in orbita.

A causa delle attuali tensioni geopolitiche la Russia ha annunciato che dopo il 2024 abbandonerà la ISS. Sappiamo che la Russia gioca un ruolo fondamentale, gestendo il modulo legato alla propulsione. Cosa accadrà secondo lei, quando e se ci sarà effettivamente un seguito a questa intenzione che è stata comunicata a luglio. 

Tecnicamente l’accordo governativo era per il 2024, per questo la Russia ha detto che se ne va in quella data, per non violare gli accordi. Anche perché credo che non abbia alternative. Dietro la volontà della Russia di uscire dall’accordo, a parte ovviamente le questioni legate alla guerra in Ucraina, vi è anche il fatto che stanno pensando di realizzare una propria base. Un po’ come era la MIR prima della stazione spaziale internazionale. Però ovviamente questo non avverrà nei prossimi due anni, quindi avranno bisogno di un po’ più di tempo. Non c’è dubbio che questa cosa incrina un processo che io avevo sempre sottolineato; la stazione spaziale internazionale è importante per le ragioni che dicevo prima, perché ci ha permesso di fare ricerche sempre più approfondite, sviluppare tecnologie di avanguardia, ma ha anche dimostrato come si possa collaborare nello spazio, anche fra Paesi che non erano proprio amici. Non dimentichiamo la corsa alla Luna; all’inizio era semplicemente una corsa per chi arrivava prima e dimostrava di essere il più forte, il più avanzato tecnologicamente fra due blocchi contrapposti. Invece la stazione spaziale sembrava dimostrare che questa era era passata, che la guerra fredda era davvero alle nostre spalle. Ma purtroppo dobbiamo riscontrare che non è così. E questo è certamente un elemento di freno, rispetto a uno sviluppo che sembrava andare in un’altra direzione. Cosa potrebbe succedere alla stazione spaziale? È ovvio che se la Russia decidesse di ritirarsi, il problema non credo tanto sia se stacchi o non stacchi il modulo (tecnicamente non credo nemmeno sia possibile, o meglio, sarebbe possibile ma in modo molto complicato), quanto piuttosto alla gestione della stazione, che in termini molto astratti potrebbe essere fatta da altri sistemi. Ci sono per esempio dei veicoli che arrivano sulla stazione per il rifornimento, e questi potrebbero dare la spinta necessaria per riportare in quota la stazione. È stata fatta una prova con uno di questi moduli Cygnus per il rifornimento e sembra che sia andata bene. Quindi tecnicamente si potrebbe fare, ma è evidente che se viene meno un accordo politico, c’è un problema per la vita stessa della stazione. Va considerato che i russi sono anche coinvolti nel rifornimento attraverso i razzi Progress, inoltre hanno una conoscenza dei loro moduli molto più approfondita di quanto ce l’hanno gli altri astronauti. Quindi è chiaro che se davvero i russi dovessero andarsene nel 2024, quella sarebbe la fine della stazione spaziale internazionale come la conosciamo. C’è da dire che in prospettiva la NASA sta lavorando alla realizzazione di un’altra stazione spaziale “commerciale”, cioè privata, che in teoria avrebbe dovuto cominciare proprio dal 2024, con l’aggancio di uno di questi moduli privati alla stazione spaziale esistente, che poi si sarebbe staccata e sarebbe diventata il nucleo di una nuova stazione. È chiaro che questa cosa dipenderà da quanto la stazione continuerà a rimanere in orbita. Al momento è difficile fare previsioni.

Torniamo alla missione Artemis. La nuova finestra di lancio di Artemis 1 è stata posticipata alla sera di sabato 3 settembre (ora italiana). In molti non riescono a cogliere l’importanza di questa rinnovata corsa verso la Luna. Dunque perché è davvero così significativo tornarci? E quanto c’entra anche la sfida tra USA e Cina? 

Sicuramente c’è un interesse legato a tecnologie più sofisticate che ci dovrebbero permettere di arrivare sulla Luna in modo più sostenibile. Uno dei motivi per cui l’Apollo è durato poco ed è stato troncato è perché era estremamente costoso e aveva un livello di rischio elevatissimo. Quindi era giustificato in una fase di contrapposizione ai russi, ma una volta vinta quella corsa, diciamo così, non poteva essere continuato. Oggi la situazione è diversa. E soprattutto oggi ci sono delle motivazioni. Sì, c’è anche l’aspetto politico e diciamo di rapporti internazionali con la Cina, perché anche la Cina ha progetti di arrivare sulla Luna (ma comunque sarebbe sicuramente non prima della fine di questo decennio). Il programma Artemis è partito abbastanza prima, ed è legato piuttosto all’idea di utilizzare la Luna come punto di passaggio per missioni più complesse, verso gli asteroidi e verso Marte. Diciamo che la Luna è un laboratorio importantissimo, sia per sviluppare tecnologie in un ambiente davvero spaziale, sia perché ci sono materie prime. Elementi che possono risolvere alcuni importanti problemi di approvvigionamento. Per esempio trasportare il combustibile dalla Terra nello spazio è estremamente costoso. Artemis parte con quasi 3 milioni di litri di idrogeno e ossigeno e arriva in orbita che li ha consumati tutti. Quindi staccarsi da terra è estremamente costoso e complicato. Se noi troviamo idrogeno e ossigeno sulla Luna – e questo è abbastanza sicuro perché sappiamo che c’è ghiaccio nel polo sud – chiaramente è molto più comodo se deve servire per alimentare i razzi che andranno su Marte. Questo è un primo elemento. Poi ci sono le terre rare, elementi che oggi sono molto importanti nelle nuove tecnologie delle batterie, dell’elettronica, nei computer e così via. Quindi queste materie prime sono non dico abbondanti, ma sicuramente più abbondanti che sulla Terra. E questo potrebbe anche giustificare investimenti in tecnologie di estrazione dalla Luna. Insomma, c’è anche un fattore economico, oltre a quello politico e di sviluppo di tecnologie. La convergenza di diversi interessi fa si che oggi la Luna sia di nuovo un elemento importante della strategia di sviluppo nell’esplorazione dello spazio.

Si dice che il programma Artemis sia fatto non solo per riportare l’uomo sulla Luna, ma per farcelo restare, per costruire basi. Secondo lei quando ne vedremo una sulla superficie o nei cosiddetti “lava tubes”?

Io credo che se verranno rispettate le date di cui si parla, non avremo una discesa sulla Luna prima del 2025, con la prima donna e il prossimo uomo a mettere piede sul suolo lunare. Prima però, fra due anni, ci sarà la missione in orbita e poi da quel momento comincerà la costruzione di una base intorno alla Luna. Una piccola stazione spaziale internazionale però realizzata vicina alla Luna. E da lì in poi inizieranno le vere missioni di discesa sulla Luna. Questa stazione sarà un po’ il punto di passaggio: la capsula Orione arriva alla stazione, si aggancia, gli astronauti passano alla stazione, stanno lì qualche giorno e alcuni scendono e altri restano. Diciamo che i primi voli saranno così. Poi pian piano, anche grazie a sistemi robotizzati, quindi a sistemi automatici, si potrà arrivare a costruire le prime installazioni sulla superficie lunare, che presumo arriveranno non prima della fine di questo decennio. Se le cose vanno come dovrebbero. Una volta raggiunto questo livello avremo appunto a disposizione materie prime, combustibile eccetera, per poter pensare alla missione più complessa che è quella su Marte. Che orientativamente dovrebbe essere intorno al 2035.

Secondo lei ce la faremo davvero ad arrivare su Marte nel 2035?

Sinceramente è possibile, ma non è detto che sia così facile. A parte che dobbiamo sviluppare diverse tecnologie, quindi non abbiamo tutte le risposte. Pensiamo al programma Artemis, sono dieci anni e più che se ne parla. E ci sono stati ritardi notevoli, ma non perché queste tecnologie siano complicate, ma perché sia la volontà politica, sia i finanziamenti sono difficili da concentrare. Quindi se c’è la volontà, secondo me queste date si possono rispettare. È ovvio che se ci sono altre priorità, e purtroppo in questi ultimi 2 – 3 anni ne abbiamo viste di tutti i colori, tutto cambia. È ovvio che la Luna diventa assolutamente secondaria rispetto al cercare di contrastare i cambiamenti climatici o addirittura al dover contrastare una pandemia come quella vista fino ad oggi. Diciamo che in condizioni ottimali, probabilmente quella data sarebbe ragionevole. Io mi auguro che sarà così, ma certamente è difficile dirlo, visto soprattutto che negli ultimi anni abbiamo messo in fila una serie di problemi che già presi singolarmente hanno complicato. Ma messi insieme diventano davvero complessi. Anche la guerra ha cambiato le priorità. La missione Artemis doveva costare una ventina di miliardi di dollari, credo che alla fine ne costerà più di 100, spalmati in 10 anni. Ma sono bruscolini rispetto alle spese militari. E ovviamente la guerra in Ucraina non farà altro che farle crescere a dismisura. Quindi è chiaro che una parte dei bilanci degli Stati andrà da tutt’altra parte e questo rallenterà probabilmente lo sviluppo delle tecnologie spaziali.

Un recente studio pubblicato su Nature ha trovato mutazioni nelle cellule del sangue degli astronauti associate a cancro e malattie cardiache, mentre un’altra ricerca dell’Università di Georgetown ha determinato che un viaggio verso Marte può essere addirittura mortale a causa delle radiazioni. Non a caso nella missione Artemis 1 testeranno il giubbotto protettivo AstroRag. Secondo lei verrà risolto questo serio problema?

Non c’è dubbio che, come ho detto prima, non abbiamo ancora tutte le risposte per un viaggio verso Marte. Nonostante siano ormai decenni che mandiamo sonde, quindi conosciamo molto meglio sia la superficie che le condizioni di radiazioni. Le prime missioni serviranno anche a questo. Io non credo che il livello di radiazione sia mortale, questo me lo ricordo perché c’erano già seminari quando ero alla NASA alla fine degli anni ’90. Dicevano che chi farà un viaggio verso Marte non ne farà un secondo. Non perché muore, ma perché il livello di radiazioni che ha ricevuto va oltre i limiti che la NASA ha imposto. Ci sono dei limiti che valgono per ogni singola missione, ma soprattutto c’è un limite per la carriera di un astronauta, diciamo così. Per cui tu non puoi prendere più di tot sievert in tutta la tua vita operativa. Finora nessun astronauta l’ha superata, se non uno credo, ma non per i voli nello spazio, ma perché aveva lavorato nelle centrali nucleari. Aveva già accumulato la dose. Tutti comunque sono concordi nel dire che un viaggio verso Marte sarebbe sufficiente per arrivare oltre i limiti tollerati. Quindi diciamo così: smetti di fare l’astronauta dopo che hai fatto un viaggio verso Marte. Questo è sicuramente vero. Qual è la possibilità di risolvere il problema? Ovviamente la schermatura del veicolo, esperimenti su che tipo di tute possano proteggere meglio gli astronauti. Ma credo che il vero punto di svolta sarà quando noi potremo rendere più brevi i viaggi di trasferimento. Perché quand’è che sei più vulnerabile? Finché sei intorno alla Terra c’è il campo magnetico; su Marte anche se l’atmosfera è molto più debole rispetto a quella terrestre, comunque c’è. È quando viaggi nel vuoto, tra i due pianeti. Lì sei senza protezione. O ti inventi un campo magnetico di qualche tipo, e questa potrebbe essere una soluzione, oppure accorci i tempi. Se invece di sei mesi nello spazio ci stai tre o due, con un sistema di propulsione molto più efficace (nucleare, al plasma eccetera), questo renderebbe tutto più tranquillo. È chiaro che parliamo di cose di là da venire, però questo potrebbe essere il tipo di soluzione. Quindi è un po’ come è successo per i voli nello spazio. Man mano che impariamo delle cose guadagniamo in termini di sicurezza e di possibilità. Il viaggio su Marte non è impossibile, le nostre tecnologie devono fare un salto di qualità secondo me.

Cosa ne pensa del turismo spaziale? Prima ha accennato ai cambiamenti climatici e ci sono polemiche riguardo alle emissioni dei lanci di questi “super ricchi”

Il turismo spaziale al momento è una cosa estremamente limitata. Certo che se dovesse diventare come i voli low cost sarebbe un problema, ovviamente. Però mi pare che di fronte a noi ci sono problemi ben più gravi rispetto a questo. Non mi pare che i voli spaziali aggiungano una gran quantità di inquinamento rispetto a quello prodotto dalle auto, dalle navi, dagli aerei civili eccetera. Se uno guarda la curva dei voli aerei transoceanici, negli ultimi venti anni sono cresciuti in modo esponenziale. Io credo che dovremmo ragionare su tutto questo. Ovviamente anche sui voli spaziali, al limite, ma come si dice, affrontiamo i problemi in base alle dimensioni. Questo mi pare francamente secondario rispetto ad altri. Poi è chiaro che se un giorno arriveremo a dire “non possiamo più permetterci di inquinare oltre”, forse anche i voli andranno contingentati. Però francamente non siamo ancora a quel punto. Credo che il punto principale sia la generazione di energia, i trasporti, su cui dobbiamo lavorare. Lo spazio in questo momento dà un contributo inferiore. In linea di principio il turismo spaziale può essere importante nel trovare finanziamenti all’esplorazione dello spazio. Il ruolo dei privati può servire come incentivo. Un diverso modo di finanziare progetti che altrimenti non si farebbero o si farebbero sui tempi molto lunghi, come successo per la Luna. Sono passati 50 anni perché non c’erano motivazioni per poter spingere. Oggi sia la presenza dei privati sia la possibilità di utilizzo di queste risorse – e dunque anche l’interesse nell’investire in queste tecnologie – fa sì che si torni a parlare della Luna.

La spazzatura spaziale è considerata un problema piuttosto significativo. Cosa ne pensa delle migliaia di satelliti di Starlink di Elon Musk e di progetti simili? È davvero utile averne così tanti?

Bisogna ovviamente fare un ragionamento. Il discorso è sempre quello di dire qual è il vantaggio rispetto ai problemi che produce. La spazzatura spaziale è un problema legato al fatto che in questi 50 anni i satelliti sono stati mandati su senza nessun controllo, perché appunto erano pochi. È chiaro che quando invece di cento satelliti l’anno se ne lanciano 10mila, il problema diventa molto più importante. Io credo che la cosa più importante da fare sia di regolarizzare il traffico. Sembra assurdo ma siamo arrivati a questo. Le orbite più utilizzate sono solo alcune, per cui su quelle bisogna ragionare. Per esempio, la prima regola è quella di togliere i satelliti che hanno esaurito la loro funzione dalle orbite dove si trovano i satelliti attivi. Devono essere progettati in modo che prima di esaurire tutte le risorse si spostino in un’altra orbita, oppure che vengano recuperati. Gli svizzeri stanno pensando di fare un po’ gli spazzini dello spazio. Potrebbe essere quella una soluzione. Io credo che ci dovrebbe essere un accordo internazionale. Se c’è un accordo sui cieli e sulle rotte degli aerei, ci deve essere anche su come gestire le orbite intorno alla Terra. È chiaro che oggi questo è un problema sempre più urgente. Credo che in effetti, da come ho letto, su questo si sta ragionando. Quando una cosa diventa commerciale bisogna trovare un accordo, quindi responsabilizzare anche i privati che entrano in questo business.

Vengono anche in mente i rientri incontrollati dei razzi della Cina

Non voglio difendere i cinesi, che si dimostrano poco attenti ai rischi che producono, però legalmente non esiste una regolamentazione. Dobbiamo arrivare a un punto in cui le persone sono legalmente responsabili di quello che fanno. Quindi se tu vuoi essere parte di quella realtà devi obbedire a quelle regole. Questo però purtroppo prevede che i Paesi più avanzati, che hanno più interessi nel settore spaziale, siano tutti d’accordo. E adesso non è proprio così.

5 CONDIVISIONI

Fonte : Fanpage