Nope, Noi e Get Out: l’America vista con gli occhi di Jordan Peele

Nel corso di un’intervista, Jordan Peele ha descritto Nope come un’epopea sulla “grande storia americana degli UFO“. Benché non ci sia alcun dubbio sul fatto che l’ultimo lavoro del regista americano strizzi l’occhio alla fantascienza, dire che Nope sia un semplice film sugli UFO è riduttivo, come lo è ricondurre le precedenti pellicole del regista al solo genere horror. Al contrario, la prima trilogia di Peele è una sorta di affresco della società statunitense contemporanea, vista dal punto di osservazione privilegiato ma disilluso di un regista che si è sempre ritenuto vicino, per sensibilità e per vissuto personale, alla comunità afroamericana e al movimento Black Lives Matter. Non è dunque difficile vedere dei profondi messaggi politici in Scappa – Get Out, Noi e Nope: i tre titoli sono anzi dei veri e propri manifesti della visione di un cineasta che, seppur con sole tre pellicole all’attivo, è riuscito a mostrare la sua America.

Un esordio politico

Scappa – Get Out è l’horror più politico dell’intera produzione di Peele, ricollegandosi in modo chiarissimo al problema del razzismo negli Stati Uniti fin dalle prime battute.

L’intero lungometraggio ruota attorno alla questione razziale e alla contrapposizione tra bianchi e neri in una versione degli Stati Uniti che, seppur più violenta, grottesca e – a tratti – fantascientifica, ricorda da vicino il Paese per come è oggi e per come era cinque anni fa, nel 2017, quando l’opera prima del cineasta americano è arrivata nelle sale di tutto il mondo. La pellicola di Peele è figlia del suo tempo: il movimento Black Lives Matter è stato fondato nel 2013, mentre nel 2016, meno di un anno prima dell’uscita del film nei cinema di tutto il mondo, si sono verificate le morti per mano di agenti di polizia bianchi di Alton Sterling (il 5 luglio 2016, a Baton Rouge, in Louisiana) e di Philando Castile (il 6 luglio 2016, a St. Anthony, in Minnesota). Gli eventi del 2016 hanno avuto fortissime ripercussioni nel mondo dello spettacolo, portando star del calibro di LeBron James a schierarsi con il movimento BLM. È indubbio che gli episodi razzisti del 2016, nonché quelli degli anni precedenti, abbiano avuto un profondo impatto sulla produzione di Scappa – Get Out, che per certi versi possiamo interpretare come una pellicola di denuncia sociale da parte di un regista ancora emergente, che per la prima volta faceva sentire la sua voce da dietro la macchina da presa.

Insomma, Get Out è chiaramente un film sul razzismo e Jordan Peele è un regista “politico”, che fa sentire la sua ideologia nelle proprie produzioni.

Non è poi un caso che Peele figuri tra i produttori della blaxploitation di BlacKKKlansman di Spike Lee, un’altra delle pellicole più marcatamente antirazziste degli ultimi anni. La consapevolezza con cui il regista affronta il tema del razzismo emerge da ogni scena di Get Out, che adotta delle soluzioni visive, scenografiche e nei costumi volte a colpire lo spettatore medio americano, riallacciandosi chiaramente alla storia della schiavitù negli Stati Uniti: per esempio, Villa Armitage è una costruzione risalente alla metà del XIX secolo ed ha un’architettura molto simile a quella delle piantagioni del Sud (pur trovandosi poco distante da New York, almeno nella finzione del film), i vestiti di Andre Hayworth sono chiaramente ripresi dal periodo pre-1865, mentre anche la metafora del cervo come “trofeo di caccia” rievoca il periodo precedente l’abolizione della schiavitù negli Stati Uniti.

Colpisce anche il fatto che l’oggetto con cui Missy Armitage ipnotizza le sue prede sia una tazza di tè, un chiaro richiamo al passato coloniale degli Stati Uniti, al Boston Tea Party ed al colonialismo inglese tutto: il tè, simbolo di cultura e civilizzazione, diventa nelle mani di una donna come Missy un’arma per controllare e soggiogare le altre razze, come avviene con gli inservienti di casa, Georgina e Walter, nonché con lo stesso Andre Hayworth.

Quelle che abbiamo appena citato sono chiaramente delle suggestioni dalla portata relativamente minuta, ma che per uno spettatore statunitense particolarmente attento alle questioni razziali diventano dei chiari riferimenti al problema del rapporto tra la comunità bianca e quella nera. Allo stesso modo, la tensione dell’incontro tra Chris e un poliziotto, all’inizio del lungometraggio, è un evidente riferimento agli abusi di violenza delle forze dell’ordine nei confronti della popolazione afroamericana. È però nella seconda parte dell’opera che il film diventa una vera e propria “guerra tra razze”, sfociando nella più cruda violenza del bianco contro il nero e del nero contro il bianco, tradendo una visione ben poco ottimista circa il futuro della convivenza tra etnie negli Stati Uniti.

Chi sta “sotto” e chi sta “sopra”

La seconda pellicola di Peele, Noi, cerca invece di trasmettere un messaggio più universale, passando al di sopra della “guerra tra razze” di Get Out e veicolando un ideale trasversale, che interessa non solo tutto il pubblico americano, ma anche quello d’oltreoceano.

Per la sua portata, insomma, la seconda pellicola di Peele è sicuramente quella della maturità del regista, se non altro perché arriva a due anni di distanza dal successo globale di Get Out. Il tema centrale di Noi è quello del “doppio”, che viene traslato nel filone horror del doppelgänger. Benché in Noi il tema del doppelganger sia persino estremizzato, il messaggio politico alla base del film è meno semplice da cogliere rispetto a quello, talmente evidente da risultare palese, di Get Out. Persino Jordan Peele, parlando del significato politico di Noi, ha spiegato che esso è “personale per ogni individuo” e che varia da persona a persona. L’interpretazione della pellicola che va per la maggiore, però, è quella secondo cui essa sia un’opera che indaga il classismo nella società americana.

Il film, infatti, crea nella finzione due società identiche tra loro, composte esattamente dalle stesse persone ma che vivono in condizioni diversissime: se una è formata da persone libere, con la capacità di agire e di godere della ricchezza del “mondo di sopra”, l’altra è fatta di persone segregate e costrette a vivere nei tunnel sotterranei, portate alla follia da una condizione di subordinazione rispetto a chi li ha creati e a chi si trova “sopra di loro”, sia metaforicamente che fisicamente. In effetti, Noi può essere letto come la storia di una contrapposizione al pari di quella dietro a Get Out, che però questa volta trascende le razze e si riversa tra le classi sociali, tra chi ha e chi non ha, tra ricchi e poveri.

Per certi versi, Noi può essere addirittura considerato come un film rivoluzionario, che ha al centro un’insurrezione violenta di chi sta “sotto” contro chi sta “sopra”, volta a invertire i ruoli tra le due classi sociali. La pellicola è anche una poderosa critica verso una società in cui alcune possibilità sono precluse fin dalla nascita a seconda di etnia di appartenenza, ricchezza dei genitori e condizioni sociali di partenza: non è dunque un caso che, dopo averci presentato chi sta “sotto” come un manipolo di folli e assassini, nella scena finale si scopra questo gruppo è comandato nientemeno che da una persona che arriva dal mondo “superiore”, interpretata da una perfetta Lupita Nyong’o.

Riprendere per de-segregare

Nope è il terzo lungometraggio di Peele, nonché il primo a prendere una decisa deriva fantascientifica, allontanandosi dall’horror “duro e puro” delle prime due produzioni.

Sia comunque ben chiaro: Nope è un film d’orrore e il futuro di Jordan Peele sarà nell’horror, almeno a detta dello stesso regista. Oltre al genere di appartenenza, il titolo sugli UFO del regista americano ha in comune con i predecessori anche un forte messaggio politico nascosto, che questa volta passa ancora più in sordina rispetto a Noi e Get Out. Ciò dipende anche dalle scelte di trama del film, volutamente più ermetiche di quelle dei due predecessori, con più storie che si intrecciano tra loro in modo apparentemente casuale. Il motivo politico “sotterraneo” di Nope è una critica alla “cultura della sorveglianza” portata avanti dalla comunità bianca contro quella nera, specie negli Stati Uniti. È infatti opinione comune tra i sociologi che gli strumenti di sorveglianza, specie quando sono utilizzati con finalità segregative, siano – oltre che poco efficaci in termini di sicurezza e prevenzione dei crimini – un perfetto strumento per la de-umanizzazione di chi viene sorvegliato e per la conservazione dello status quo da parte di chi detiene il “potere della sorveglianza”.

Tuttavia, ridurre Nope ad una riproposizione, benché in tinte diverse, della questione razziale già sollevata da Get Out sarebbe riduttivo. C’è infatti un momento che fa da chiave di volta di tutto il film: stiamo parlando della scena in cui OJ impugna lo smartphone e inizia a riprendere l’oggetto non-identificato che si aggira al di sopra del suo ranch.

Lo smartphone è, soprattutto negli Stati Uniti, lo strumento che permette alle vittime dei soprusi (comunità nera in primis) di tutelarsi contro gli aggressori, di prendere il controllo degli eventi e di essere creduto dagli altri nel momento in cui le violenze vengono denunciate. Così, se la fattoria di OJ è, in un primo momento, il teatro di un massacro di persone impotenti da parte di un’entità intangibile, con le registrazioni del protagonista, le sue telecamere e la pellicola del suo documentari, questi può permettersi di volgere la partita a proprio favore, ponendosi come un osservatore a cui è necessario credere anche di fronte ad una storia apparentemente surreale, come quella del disco volante. Nella realtà, allo stesso modo, è la registrazione e la trasmissione delle violenze ad avere dato alle comunità vittima degli eventi di police brutality la possibilità far sentire la propria voce, mostrando delle prove schiaccianti contro quella che è stata definita una forma di razzismo “sistemico” negli Stati Uniti.

Fonte : Everyeye