Princess, la recensione del film presentato alla Mostra del cinema di Venezia

Il secondo lungometraggio diretto da Roberto De Paolis ha inaugurato la sezione Orizzonti di Venezia 79.  Un’opera che racconta la prostituzione dal punto di vista delle ragazze nigeriane 

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La favola non abita qui. Nella foresta sul lungo mare di Ostia non si palesano damigelle in pericolo, né cavalieri impavidi e tantomeno draghi che sputano fuoco. Ci sono solo giovani prostitute nigeriane, perché Roma città è riservata alle passeggiatrici dalla pelle bianca. Alle nere tocca la periferia. Eppure Princess sceglie per i titoli di testa un carattere che rimanda alle fiabe, alle fiammeggianti avventure di cappa e spada. E già da questa scelta intrepida si evince che il film diretto da Roberto De Paolis non è il solito titolo traboccante di stereotipi e banalità, tra mondane di buon cuore e ragazze perdute e financo salvate dal redentore di turno. Insomma, il film che apre la sezione Orizzonti della 79.ma edizione della Mostra del Cinema è un’opera, per certi versi, sorprendente. Con uno stile originale, senza giudizi e pregiudizi, il secondo lungometraggio di De Paolis rappresenta un incoraggiante segnale per il cinema italiano.

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Scegliere come protagonista un’attrice non professionista rappresenta sempre un grosso rischio, se poi deve interagire con veterani del set il coefficiente di difficoltà aumenta in maniera esponenziale. Ma Princess riesce nell’impresa. Glory Kevin, nigeriana classe 1996, è un’autentica rivelazione. Recita, balla, canta con la stessa naturalezza con cui alterna le parrucche. In una ridda di frange fucsia, caschetti rossi e treccine dorate, la principessa senza un regno, inguainata in hot pants aderentissimi, contratta le proprie prestazioni sessuali con la forza della disperazione di chi è dovuta crescere troppo in fretta, al netto di clienti tutt’altro che gentili e di nobile censo. L’idea vincente del film è di non farne una santa, ma di rappresentare una ragazza disillusa, spudorata e al tempo stesso innocente. Una giovane che ogni mattina prega Dio di mandarle “tanti clienti” ed è convinta che il proprio corpo sia altrove. Tra riti magici dell’Africa e liturgie gospel, De Paolis evita le pastoie del film di denuncia pensato a tavolino e senza ipocrisie, racconta lo sfruttamento della prostituzione attraverso il punto di vista delle ragazze immigrate. Il risultato è una pellicola sincera, uno sguardo niente affatto miope su una realtà molto più complessa di come viene di solito illustrata dai media.

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Fonte : Sky Tg24