White Noise è la strana ma affascinante riflessione sulla morte che apre Venezia 79

“La vita non è solo una marcia di gruppo che facciamo verso la morte?” È con questa riflessione che si apre la 79° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che quest’anno festeggia i suoi primi novantanni. Sarà l’anzianità del festival, sarà la recente uscita dal periodo della pandemia, sarà che la morte, e di conseguenza la vita, sono temi universali e mai sentiti quanto adesso, ma il festival del cinema di Venezia 2022 apre i battenti con White Noise, un film che parla della morte, e di conseguenza della vita. Si tratta della nuova opera di Noah Baumbach, tratta dal romanzo omonimo di Don DeLillo, che sviscera diverse tematiche soffermandosi su quanto alcune ossessioni e paure condizionino la vita degli uomini. Veterano del concorso, Baumbach torna a Venezia dopo Storia di un matrimonio del 2019 con White Noise, che, se pur in modo differente riporta sul grande schermo quella grande componente di romanticismo, profondità, intensità che contraddistingue la maggior parte delle opere di questo regista proponendo una riflessione attualissima e affascinante, anche se ambientata degli anni ’80, sul valore della vita, della morte e dei “rituali” che fanno sentire meno sole e allo sbaraglio le persone nella loro corsa verso la fine della loro esistenza. White Noise è un film particolare, alla prima stampa delle 8.30 in sala Darsena al Lido di Venezia non ha ricevuto nessun applauso ma senza dubbio ha lasciato, negli spettatori tantissime sensazioni che si sono trascinati dietro per tutta la giornata. È una storia “strana” quella di White Noise ma anche estremamente “normale”. Si parla di morte, di vita, della paura di lasciare per sempre questo mondo, ci si immerge nei traumi della psiche umana, ci si ossessiona insieme ai protagonisti, si comprendono le loro imperfezioni. 

White Noise sorprende non tanto per la sua trama, non semplicissima da porre sullo schermo, ma per la sua teatralità, la sua bellissima regia in grado di rendere alcune scene immediatamente iconiche. E poi c’è tutta la bravura di Adam Driver, protagonista del film nei panni di Jack Gladney, un professore universitario esperto negli Hitler studies, che vive ogni giorno con la paura di morire condizionando la sua vita proprio a causa di questa senzazione che lo porta a immaginare la sua morte, quella degli altri e sentirla sempre alle sue calcagna. Non c’è una vera e propria storia nel film ma ciò che lascia il segno è, la capacità del regista nella rappresentazione della quotidianità e della “ritualità” umana con una spettacolare abilità nel proporre dialoghi sovrapposti che rendono le scene caotiche ma originalissime e talmente realistiche da sembrare veri momenti di vita. 

Altra considerazione va fatta sul bellissimo modo che Baumbach ha nel raccontare l’amore nei suoi momenti più bassi, più fastidiosi, problematici. C’è il tradimento, la menzogna, il saper restare nella coppia anche se si viene traditi, il riuscire a volersi ancora fidare e quel desiderio di morire prima dell’altro per non soffrire troppo.

White Noise è un film che non eccelle, è anche abbastanza inquietante e tormentato nella sua parte inziale e la costante riflessione sulla morte esce fuori dallo schermo al punto da incidere sull’umore di chi sta guardando il film ma la sua regia è talmente ben curata, così come i dialoghi e gli spunti riflessivi attualissimi come quello sul ruolo dei leader nel controllo delle masse, la paura della morte causata da eventi incontrollabili, la necessità umana di stare in gruppo, il timore di invecchiare, la religione presentata come una necessità umana di credere in qualcosa di divino, che la pellicola risulta molto interessante, intelligentissima e si capisce benissimo perché il direttore artistico della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, l’abbia scelta per aprire questa nuova edizione del Festival. 

Voto: 7 e mezzo

Fonte : Today