Come funzionano i chip di tessera sanitaria e carta di identità

Da quando il Ministero dell’economia e delle finanze ha autorizzato il rilascio di tessere sanitarie e Carte nazionali dei servizi (in breve ts-cns) prive di microchip — suggerendo contestualmente di non buttare via la vecchia carta per poter accedere ancora ai servizi online — è diventato chiaro come la scarsità di microchip stia diventando un problema importante.

La scarsità dei chip — ormai lo sappiamo — è dovuta essenzialmente a quattro fattori. Blocco di produzioni e logistica causate dalla pandemia; aumento della domanda di apparati elettronici, stimolata sempre da pandemia e lockdown; le due guerre in corso: quella fisica tra Russia e Ucraina (entrambi i paesi sono fornitori di materie prime fondamentali per la realizzazione dei microchip) e quella commerciale tra Usa e Cina (che blocca le fornitore di materie prime e la logistica); e infine le tensioni geopolitiche e la siccità a Taiwan, isola di fronte alle coste della Cina che da sola produce quasi i due terzi dei microchip del pianeta.

Il problema degli stock dei chip

Il blocco della produzione di beni che non possono funzionare senza microchip è quindi dovuto all’esplosione della domanda nel settore dell’elettronica, dell’automotive e dei trasporti, ma è dovuto anche alla crescente digitalizzazione delle imprese e della vita dei cittadini. Tutto questo ha fatto innalzare la domanda di chip proprio quando la produzione si bloccava, e sostanzialmente questo ha prosciugato gli stock. Molti settori, come quello automobilistico, sono entrati in difficoltà prima di altri perché seguono un modello di produzione basato su una fornitura just in time che riduce al minimo le giacenze in magazzino. Quando i chip hanno cominciato a scarseggiare, non avevano scorte.

Non solo auto ed elettronica

Altri settori invece pianificano su base triennale e stanno iniziando ad avvertire adesso il problema iniziato nel 2019-2020. Il Ministero dell’economia e delle finanze non offre dati relativi a scorte e politiche di approvvigionamento dei suoi fornitori, ma evidentemente segue una logica di questo tipo se, a più di tre anni dall’inizio del grande chip shortage comincia adesso la produzione di tessere ts-cns senza microchip.

Quando i microchip sono entrati nella sanità

I piccoli pezzetti di plastica che usiamo come carta di identità, patente e ts-cns sono strettamente regolati da una serie di standard internazionali. Sono criteri in buona parte analoghi a quelle delle carte di credito e di debito, sia per le dimensioni che per alcune caratteristiche tecniche di base. Di fatto, questi chip sono il “terminale” di un universo piuttosto complesso: il back-end è composto da vari servizi che vengono erogati centralmente o a livello regionale.

In Italia la tessera sanitaria azzurra (che sostituisce la tessera del codice fiscale bianca e verde) è nata nel 2004, mentre la ts-cns con microchip è arrivata a livello nazionale nel 2011. Ha modalità di attivazione e di accesso piuttosto complesse, almeno rispetto ad esempio alla facilità con le quali funzionano le autenticazioni sugli smartphone, sui servizi cloud e anche le carte di credito e di debito. Questo avviene per due motivi: da un lato i dati dell’identità dei cittadini sono critici; lo Stato quindi ha preferito la strada della prudenza con un livello elevato di sicurezza. Dall’altro, la pubblica amministrazione ha dovuto mettere assieme tecnologie e sistemi che si sono stratificati nel tempo, e che si sono oltretutto moltiplicati (oggi solo le app necessarie ai privati per entrare in contatto con la PA sono almeno sei: CieID, IO, Immuni, Fascicolo del cittadino regionale, app del provider dello Spid, app della Agenzia delle Entrate).

Fonte : Wired