Chi è stato Mikhail Gorbaciov, il visionario involontario che uccise l’Unione Sovietica

30 Agosto 2022

Il ritratto dell’ultimo leader dell’Unione Sovietica, morto all’età di 92 anni, che fece finire la guerra fredda nel tentativo di salvare l’Urss. La Russia e il mondo che venne dopo non furono all’altezza delle sue speranze.

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Quando a 54 anni Mikhail Gorbachev ne diventò il Segretario generale, il Partito comunista dell’Unione Sovietica si autodefiniva “l’intelligenza e la moralità dell’epoca”. Era il 1985. Gli abitanti delle isole Curili, all’oriente più estremo del Paese, “non avevano mai visto il latte fresco e le arance”, ricorda in una sua pagina la giornalista moscovita Yevgenia Albats. Le casalinghe degli Urali, dove la Russia diventa Europa, “congelavano fuori dalla finestra il grasso di maiale, che sostituiva nella dieta la carne fresca impossibile da trovare”; nei reparti di ostetricia degli ospedali, anche a Mosca e Leningrado, “non esistevano docce”. E i ragazzi russi, coscritti, andavano a farsi ammazzare dai mujaheddin nelle valli dell’Afghanistan.

Un Paese parallelo

C’era poi un Paese parallelo dai confini molto più ristretti, dove latte, carne e docce erano dappertutto, dove i ragazzi evitavano il servizio militare, e studiavano tranquilli nelle migliori università. Il Paese parallelo era abitato solo dai pezzi grossi del “partito dell’intelligenza e della moralità“ e dai loro congiunti. E anche da Mikhail Gorbachev con la famigliola. “Era un sistema di casta fondato sulla protezione reciproca”, dirà poi senza mezzi termini lo stesso Gorbachev. Ma per lui, o meglio per loro – visto quanto l’amata Raisa gli fu associata nel modo di vedere il mondo e nelle decisioni importanti – sulla comodità  del privilegio prevalse il senso di responsabilità. Prevalse il senso morale, inteso come regola infallibile dell’uomo.

Non possiamo vivere così

“Tak dalshe zhit nelzya”, non possiamo continuare a vivere in questo modo: è la frase chiave della vicenda politica di Gorbachev, della sua vita e probabilmente di un intero periodo della storia contemporanea. Ci sono versioni differenti su quando Gorbachev la pronunciò – se mai davvero la pronunciò, e poco importa. Secondo alcuni biografi, durante una passeggiata con Raisa all’alba del primo giorno da gensek  – così i sovietici chiamavano il capo supremo. Secondo altri, nel corso di una discussione con il suo futuro ministro degli Esteri Eduard Shevarnadze. E magari i due erano su una terrazza del Cremlino dopo un temporale, come Stalin e Voroshilov nel 1938 in un famoso quadro di Alexander Gerasimov. In qualsiasi modo siano andate le cose, in quella frase – detta o solo pensata – Gorbachev non alludeva unicamente all’endemica carenza di generi alimentari, all’inefficienza, alla cialtroneria delle pianificazioni,  alla corruzione. Si riferiva soprattutto alla falla più subdola e pericolosa del sistema: la chiusura a ogni idea nuova. Una censura aprioristica e generalizzata, al fine di salvaguardare il potere della casta. Perpetuando un mondo artificiale dipinto in esclusiva dal partito, dai suoi leader e dai loro ciambellani. Un mondo lontanissimo dalle reali condizioni di vita dei russi.

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“Perlomeno tentammo”

Erano cose che Gorbachev aveva avuto modo di conoscer bene, durante la sua carriera di apparatchik. Mentre saliva di grado grazie a una disciplinata ambizione e a protettori ben scelti, di quel sistema era diventato un maestro. Dubbi, idee nuove e frustrazioni li aveva condivisi quasi esclusivamente con Raisa, che glieli aveva in parte ispirati. Arrivato in cima, non aveva più “mani e piedi legati dagli ordini che arrivano dal centro”, per usare parole sue. Il funzionario di provincia ambizioso, ottimista e appassionato era adesso al vertice, e finalmente poteva soddisfare in pieno la sua vocazione a migliorar le cose. Non sapeva bene come. Si prese la responsabilità di provarci, ed ebbe il coraggio di farlo. Pensò che liberare le forze del pluralismo culturale e politico e dar spazio alle idee potesse salvare l’Urss. Si sbagliò di grosso.

Conseguenze non volute

Le riforme e la politica internazionale di Gorbachev non furono dettate da una grande visione. Mossero dalla constatazione di una realtà domestica materialmente e moralmente insostenibile e dalla consapevolezza che fosse inevitabile cambiarla in modo radicale. Ne conseguirono eventi che hanno trasformato la storia contemporanea: l’apertura della società russa dopo 70 anni di totalitarismo;  le pacifiche rivoluzioni democratiche nell’Europa nell’Est e la riunificazione della Germania; la frenata nella corsa agli armamenti nucleari; la pace con l’Occidente. Poi, la conseguenza più grande e meno voluta: la fine dell’Unione Sovietica. “Gorbachev in realtà non si prefisse di cambiare il mondo, ma solo di salvare il suo Paese. Alla fine, non salvò il Paese ma forse salvò il mondo”, ha scritto il premio Pulitzer David E. Hoffman nella sua investigazione storica sul confronto nucleare durante la Guerra fredda intitolata “The Dead Hand”(Anchor, 2010). O almeno lo salvò per un po’ di tempo, dovremmo aggiungere oggi.

Il visionario involontario

Mikhail Gorbachev fu un visionario involontario. La visione si formò mentre gli avvenimenti si dipanavano. Non cercò quasi mai di fermarli con la forza, quando andavano in direzioni non volute. Avrebbe potuto farlo. Di fronte all’irredentismo dei Paesi baltici in realtà lo fece, facendo sparare sui ribelli. Ma in generale si comportò come quei comandanti che, prese le decisioni e schierate le truppe, preferiscono poi assecondare ciò che accade sul campo e cercare di minimizzare le perdite evitando sanguinosi colpi di mano. Perché sanno che in una battaglia sono troppi gli episodi casuali in grado di determinarne l’esito, e che una volta messe in moto le forze non si può far molto per ostacolarne l’abbrivio.  La tattica di Kutuzov a Borodino descritta da Tolstoy in “ Guerra e Pace”, per chi ha la pazienza di non saltar quelle pagine.  Il guaio di Gorbachev è che, al contrario del generale Kutuzov, alla fine si ritrovò senza esercito.

“Così è andata la mia vita”

“Ci sarebbero voluti almeno venti o trent’anni per attuare le riforme che avevo iniziato», ha detto una volta. «Ma vinsero le passioni”. Perché non tornò sui suoi passi, perché continuò con la perestroika anche quando tutto precipitò e il processo divenne incontrollabile? “Perché così è andata la mia vita”, rispose Gorbachev nel febbraio del 2016 durante la presentazione di un libro. Una profonda umanità, è forse il tratto distintivo più netto dell’ultimo dei gensek rispetto ai suoi predecessori. Con ogni probabilità, Gorbachev avrebbe potuto rimanere al vertice dell’impero sovietico per sempre, come Stalin e gli altri con l’eccezione di Krushev. Avrebbe potuto uscire dal suo ufficio al Cremlino  solo per prender posto tra le tombe degli eroi dell’Urss, sotto il muro dello stesso Cremlino. Invece iniziò a scrollare l’albero di cui aveva raggiunto la cima, e le oscillazioni diventarono così violente da far rovinare a terra lui e l’albero.

Strade non prese

La dissoluzione dell’Unione Sovietica non era inevitabile. Scarsità di generi alimentari e povertà erano diventati endemici, ma il Paese  aveva superato calamità maggiori senza che il sistema fosse nemmeno lontanamente messo in discussione. Le risorse naturali e umane erano le stesse degli anni ’60 e ’70. L’economia, seppur rallentata dalle inefficienze produttive e distributive, dal 1980 al 1989 era cresciuta a un ritmo annuale di poco inferiore al 2%. Il rapporto tra deficit statale e prodotto interno lordo aumentò fino al 9% del 1989. Ma era una dimensione ancora gestibile. I numeri non indicavano una situazione poi così drammatica. Le riforme di Gorbachev avrebbero potuto riuscire a correggerla, se l’Occidente avesse fornito gli aiuti finanziari e tecnologici che il gensek chiese e non ottenne. Se l’idea di costruire una “Casa comune europea”, sostenuta dal capo del Cremlino, fosse stata presa davvero sul serio. Avremmo dovuto accompagnare l’Urss di Gorbachev nella sua trasformazione in democrazia. Ma ci bastò aver vinto la Guerra Fredda. L’Occidente non volle dar fiducia a Mosca né mettersi in gioco. E fu persa l’occasione di re-immaginare il mondo.

Il Far West degli Anni ’90

Subito dopo il collasso dell’Urss, in un sostanziale vuoto di leggi e istituzioni, una trentina di “oligarchi” si spartì rapidamente circa il 40% della ricchezza nazionale, mentre la maggior parte della popolazione cadeva nell’indigenza. La vita media degli uomini diminuì da 65 a 57 anni. Infarti, suicidi, incidenti d’auto e avvelenamento da alcol divennero le principali cause di decesso. Il primo presidente post-sovietico, Boris Yeltsin, credette che privatizzazioni selvagge e totale deregolamentazione garantissero la creazione di un capitalismo moderno. Fu un tragico errore.

La gente dovette reinventarsi l’esistenza. Ingegneri e professori divennero tassisti abusivi, infermiere e maestre di scuola si avvicinarono alla prostituzione. Il tessuto sociale del Paese si lacerò. Le banche e le agenzie immobiliari di Londra, Zurigo e New York riciclavano i miliardi degli oligarchi e dei gangster loro sodali. Nel Paese si creò risentimento verso l’Occidente. E verso Gorbachev, considerato il vero responsabile del disastro. In pochi anni fu pronto il terreno per un governo che riportasse ordine e facesse della contrapposizione con gli Usa una bandiera.

Missione compiuta, compagno colonnello Putin

Nella Bandistkiy Peterburg, la San Pietroburgo banditesca di quegli Anni 90 da Far West, il quarantenne ex tenente colonnello del Kgb (grado bassino, nella ditta) Vladimir Putin faceva la sua gavetta politica mediando fra gli interessi dell’amministrazione cittadina e quelli della mafia locale – come ha descritto Catherine Belton in “Putin’s People” (Farrar, Straus and Giroux, 2020). Ma era poi davvero un “ex”? Once a spy always a spy — dicono gli inglesi. Di certo, quando alla fine di quel decennio fu scelto da Yeltsin come successore, i membri attivi, in sonno e in congedo dei servizi segreti russi si fregarono le mani: arrivava al potere uno di loro. E infatti con loro Putin ha costruito “un regime che non si è mai fatto stato”, per usare una definizione dello storico e politologo russo Dmitri Trenin. Un regime plutocratico sfociato in un totalitarismo “moderno” che ha ricreato il mondo di Orwell in Russia, ha riportato la guerra in Europa e in poche settimane ha condannato i suoi sudditi ad anni di sofferenze, sostengono gli economisti analizzando i possibili effetti a medio-lungo termine delle sanzioni e dell’isolamento seguiti all’invasione dell’Ucraina. Un regime che manda di nuovo i ragazzi russi a farsi ammazzare. Un regime che arresta gli oppositori, addita come “agenti stranieri”  i suoi “nemici del popolo” e vuole “ripulirsi dai traditori”. La Russia di oggi somiglia all’Urss dei tempi peggiori, al netto del comunismo. “Zadanie vipolmeno”,  missione compiuta, tovarish colonnello Putin.

Glasnost, la stagione dei grandi ideali e della libertà

“Con Gorbachev arrivarono i libri”, ricorda con le lacrime agli occhi Irina, 67 anni, bancaria moscovita in pensione. “Sì certo, i negozi erano vuoti. Ma erano arrivati i libri. Tutti i libri. Non più fogli di ciclostile scambiati sottobanco. Libri veri”. Si chiamò glasnost.  Era l’Urss migliore, con tante speranze. “Era il tempo dell’ottimismo e delle grandi aspettative, la stagione dei grandi ideali. Non c’era ancora l’esperienza del fallimento”, ci diceva tempo fa l’intellettuale Fyodor Lukyanov, esperto di politica internazionale peraltro vicino alle attuali posizioni del Cremlino. Quante energie sprecate. Nei suoi sei anni al vertice, Gorbachev, visionario inconsapevole, regalò al mondo la possibilità di diventare un posto migliore. Occasione persa. Diede ai russi la libertà. E loro non l’hanno voluta. Non lo ringraziarono, né l’hanno mai fatto in seguito. “A voi è più cara la libertà, a noi la mancanza di libertà”, dicevano i sudditi moscoviti ai visitatori stranieri all’inizio del XVII secolo – si legge nel diario del militare polacco Samuel Maskiewicz. “La libertà è preoccupante, consuma energie e può diventare arbitrio”. La Russia ha una rapporto complicato, con la libertà. RIP, Mikhail Sergeyevich Gorbachev, ultimo dei gensek. Grazie per averci provato.

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Fonte : Fanpage