Insufficienza cardiaca, da un farmaco nuove speranze per i pazienti

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Il dapagliflozin, un farmaco appartenente alla classa degli inibitori selettivi de co-trasportatore renale di sodio e glucosio (SGLT2) si è dimostrato in grado di ridurre in maniera significativa il rischio di morte cardiovascolare o il peggioramento dell’insufficienza cardiaca nei pazienti con insufficienza cardiaca con frazione di eiezione (LVEF) lievemente ridotta o preservata. Lo indicano i risultati di uno studio di Fase III Deliver, pubblicati sulla New England Journal of Medicine e presentati al Congresso 2022 della European Society of Cardiology.

Questa scoperta potrebbe rappresentare un importante passo avanti nella lotta all’insufficienza cronica, una malattia cronica destinata a peggiorare nel tempo che colpisce circa 64 milioni di persone in tutto il mondo ed è associata a importanti effetti in termini di malattie associate e mortalità.

L’importanza dei risultati ottenuti

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La ricerca è stata condotta su 6.263 pazienti e rappresenta il più grande studio condotto su pazienti con

Michele Senni, professore di Cardiologia presso l’Università di Milano Bicocca, spiega che quanto emerso dalla ricerca “rappresenta un’importante passo avanti nel trattamento dei pazienti affetti da insufficienza cardiaca a frazione di eiezione lievemente ridotta o preservata. Tali condizioni, presenti in oltre la metà dei pazienti con insufficienza cardiaca, sono attualmente caratterizzate da un importante bisogno clinico insoddisfatto, principalmente legato alla scarsità di trattamenti farmacologici a oggi disponibili. In tale ottica, i risultati così consistenti dello studio Deliver sono importanti sia perché dimostrano con chiarezza l’efficacia di dapagliflozin, sia perché rafforzano le più recenti linee guida internazionali, che supportano un più ampio utilizzo degli inibitori di SGLT2 nella pratica clinica. Senni ha aggiunto che “non bisogna dimenticare che, oltre ai benefici per il trattamento dell’insufficienza cardiaca, la classe degli SGLT2 ha già mostrato evidenti effetti protettivi per ciò che concerne due patologie croniche spesso ad essa correlate, quali la malattia renale e il diabete mellito di tipo 2″.

Fonte : Sky Tg24