La crisi energetica è anche colpa dell’Europa?

La liberalizzazione doveva garantire che tutti in Europa potessero contare su una fornitura di energia abbondante e continua senza problemi. I paesi avrebbero avuto più forza concordando insieme le condizioni con i grandi produttori di combustibili fossili, e i contratti sarebbero stati stipulati ai prezzi stabiliti da nuovi centri istituiti per coprire il mercato europeo. “Se siamo uniti, siamo più forti – spiega Thierry Bros, professore di energia a Sciences Po, un’università di Parigi –. Questo era il concetto“. Il processo – che tra l’altro prevedeva anche maggiore trasparenza –  era visto come il peggior incubo della Russia.

La sicurezza degli approvvigionamenti, tuttavia, rappresentava un obiettivo quasi secondario rispetto alla garanzia di un prezzo equo e contenuto per le forniture. “La liberalizzazione non è motivata dalla sicurezza degli approvvigionamenti – afferma Adi Imsirovic, ricercatore presso l’Oxford Institute for Energy Studies –, ma dall’efficienza e dai prezzi più bassi“.

I limiti del progetto

Confrontando la situazione degli anni Novanta – quando ogni paese aveva il proprio mercato, il proprio monopolio e la propria politica energetica protezionistica – con quella attuale – con un mercato integrato ed enti regolatori, prezzi flessibili e maggiore sicurezza – l’iniziativa è stata sicuramente un successo, dice Ganna Gladkykh, ricercatrice presso la European energy research alliance. Gladkykh, però, ammette anche che alcuni degli aspetti che sono stati accolti positivamente hanno anche contribuito al problema dell’approvvigionamento energetico in cui si trova attualmente l’Europa: “Non esiste un mercato perfetto“, aggiunge.

Bros – che è stato coinvolto nella liberalizzazione del mercato francese e alla sua integrazione all’interno del mercato europeo dell’energia – sostiene che la situazione che ci troviamo ad affrontare oggi non rappresenti un fallimento del mercato, ma della regolamentazione.. Attualmente, i paesi sono abbandonati a se stessi e possono prendere una serie di decisioni diverse sulla propria integrità energetica, a patto che rientrino nelle linee guida dell’Ue. 

Alcuni paesi hanno preferito il gas a basso costo alla diversificazione. Nonostante le direttive energetiche dell’Ue stabiliscano che ogni paese dovrebbe avere almeno tre fonti distinte per l’approvvigionamento del gas, in modo da suddividere le forniture nel modo più equo possibile, altri paesi, come la Germania, si affidano alla Russia come fornitore principale per via dei prezzi bassi. Bros ritiene che questa decisione sia stata presa sapendo che, se le cose fossero andate male, sarebbero intervenuto gli altri paesi europei. “Non è liberalizzazione se ognuno può fare quello che vuole – spiega –. Se avessimo seguito tutte le regole, saremmo stati più forti“.

Poca compattezza

Un ulteriore  problema è che quello che dovrebbe essere un fronte unito spesso non è poi così armonioso. Il progetto del Nord Stream 2, l’espansione del Nord Stream che dovrebbe trasportare il gas dalla Russia all’Europa continentale – con approdo in Germania – è stato sostenuto da Germania e Austria e osteggiato da altri paesi europei, tra cui Polonia, Ucraina e gli stati baltici. I piani per il gasdotto sono stati poi accantonati dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia.

Fonte : Wired