Cosa ci spinge a condividere un post sui social media?

Il tempo speso dagli utenti sulle piattaforme social continua a crescere. Secondo le ultime stime, le persone tra i 16 e i 64 anni trascorrono in media circa tre ore al giorno utilizzando i social media. In Italia la piattaforma più usata è WHATSAPP (90.8%), seguita da FACEBOOK (78.6%), INSTAGRAM (71.4%), MESSENGER (51.1%), TELEGRAM (45.3%) e TIKTOK (28.9%). E’ chiaro, dunque che i social media stanno diventando i canali di comunicazione preferiti per condividere informazioni importanti – pensiamo a quelle sul COVID-19, la crisi delle materie prime, la crisi dell’energia, la guerra in Ucraina, ecc -, pertanto potrebbero diventare i mezzi promotori di cambiamenti comportamentali a livello globale veicolando messaggi efficaci su cause sociali come ad esempio l’inquinamento ambientale. Per questo motivo la ricerca sta cercando di capire quali caratteristiche rendono un post abbastanza interessante da essere condiviso dalle persone sui social media. A tal proposito un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Experimental Psychology, e guidato dai ricercatori dell’Università della Pennsylvania, Danielle Cosme ed Emily Falk, ha analizzato il comportamento di oltre 3.000 persone per esplorare i meccanismi psicologici alla base della condivisione di informazioni online.

Perché condividiamo un post sui social media

Per capire perché alcune informazioni su Internet diventano virali mentre altre no, i ricercatori hanno preso in esame sei studi online condotti su 3.727 adulti statunitensi e 362 messaggi. I partecipanti sono stati esposti ad articoli e post sui social media su temi quali salute, cambiamento climatico, votazioni e COVID-19. Alcuni hanno letto i titoli e i riepiloghi di articoli di notizie, altri hanno guardato i post sui social media. Tutti hanno valutato la probabilità di condividere le informazioni sui social che ritenevano più rilevanti per se stessi e per i propri contatti.

La condivisione di informazioni attiva i centri di ricompensa del cervello

Dunque, indipendentemente dall’argomento trattato (COVID-19, votazioni, salute generale, cambiamenti climatici), dal mezzo del messaggio (post sui social media e articoli di notizie) o ancora dal contesto di condivisione (trasmissione ampia e ridotta), le persone erano più propense a condividere le informazioni che ritenevano particolarmente rilevanti per sé o per i propri contatti. Tuttavia quando ai partecipanti è stato chiesto di scrivere esplicitamente perché un messaggio era rilevante per se stessi o per le persone che conoscevano, erano più propensi a condividerlo piuttosto che ad approfondire l’argomento. Questo perché gli esseri umani sono esseri sociali e amano connettersi tra loro. La condivisione delle informazioni attiva, infatti, i centri di ricompensa del cervello (meccanismo legato alla motivazione) e, quando comunichiamo con gli altri, diamo molta importanza a ciò che l’altra persona sta pensando o vuole sentire (qualità nota come ‘rilevanza sociale’).

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Come creare messaggi efficaci per cause sociali

Conoscere i meccanismi psicologici che spingono una persona a condividere un post sui social media potrebbe aiutare a costruire messaggi pubblici efficaci su temi importanti come i cambiamenti climatici, a sfatare falsi miti sui vaccini, ecc. “La condivisione delle informazioni – ha spiegato Cosme – è una componente fondamentale dell’azione individuale e collettiva. All’inizio della pandemia avevamo bisogno di diffondere rapidamente informazioni accurate su ciò che stava accadendo, su come proteggerci a vicenda. La diffusione delle informazioni all’interno dei social network può avere davvero un impatto per cambiare il nostro comportamento individuale e anche cambiare il nostro comportamento collettivo spostando le nostre percezioni di ciò che è normativo”.

Prospettive di ricerca future

I ricercatori del Communication Neuroscience Lab, diretto da Cosme, sono interessati a capire come si può tradurre la teoria psicologica in interventi nel mondo reale per cercare di promuovere il cambiamento del comportamento. Pertanto stanno esaminando l’attività cerebrale in relazione alla condivisione dei social media attraverso l’uso di scanner fMRI per capire come specifiche regioni del cervello modellano le percezioni di sé e la rilevanza sociale. Nel complesso, il team spera che i risultati dello studio forniscano a coloro che desiderano avviare un cambiamento sociale gli strumenti per farlo in modo efficace. “I grandi problemi richiedono un’azione collettiva – ha affermato Cosme -. E la diffusione di informazioni accurate consente alle persone di unirsi e agire”.

Fonte : Today