Imprese energetiche, fatturati in crescita del 60% ma al fisco “hanno dato quasi nulla”

Il caro energia rischia di far fallire migliaia di società ma ci sono anche altre realtà imprenditoriali che grazie a questi prezzi hanno registrato fatturati da capogiro. Si tratta di attività industriali estrattive di materie prime energetiche (come il petrolio, il gas naturale, etc.) e dell’industria della raffinazione. Secondo l’ufficio studi della CGIA, queste imprese energetiche nei primi 5 mesi dell’anno hanno visto aumentare i ricavi del 60% rispetto allo stesso periodo del 2021. Peccato però che sinora non hanno dato quasi nulla al fisco.

Fatturato imprese energetiche CGIA-2

Prelievo sugli extraprofitti: incassati poco meno di 1 mld di euro

Nell’ultimo anno alcune imprese energetiche in Italia hanno registrato fatturati importanti ma nonostante questo ancora in tante non hanno versato al fisco la tassa sugli extraprofitti, imposta dallo Stato per aiutare economicamente imprese e famiglie in difficoltà. “Le grandi imprese energetiche si sono guardate bene dal farlo. Almeno con la prima scadenza prevista lo scorso 30 giugno”, segnala la CGIA specificando che “nessuno chiede un accanimento fiscale contro le grandi imprese dell’energia: sarebbe ingiusto” e che “non necessariamente ad un aumento del fatturato corrisponde un analogo incremento dell’utile”.

Con il decreto Aiuti le imprese energetiche sono state obbligate ad applicare un’aliquota del 25% sugli extraprofitti ottenuti grazie all’aumento dei prezzi di gas e petrolio, ma dei 4,2 miliardi di euro attesi con la prima rata, ne sono stati incassati meno di 1 miliardo, stima la CGIA. “Se la nuova norma per recuperare queste mancate entrate inserita nel decreto Aiuti bis non dovesse avere effetto, l’erario potrebbe perdere quest’anno oltre 9 miliardi dei 10,5 previsti con l’introduzione di questa tassazione sugli extraprofitti. Certo, di fronte agli aumenti registrati in questi ultimi giorni, 9 miliardi di euro farebbero ben poco per calmierare i costi delle bollette di famiglie e imprese. Tuttavia, è una questione che mette a repentaglio la nostra coesione sociale: in un momento di difficoltà come questo, chi più ha deve aiutare chi sta peggio”, sottolinea l’associazione.

“La bolletta è passata da 400 a 1.300 euro, per restare aperti dovremo indebitarci”

Sotto la lente anche le aziende partecipate dalle Stato

“Siamo certi che con la prossima scadenza anche queste realtà imprenditoriali onoreranno i loro impegni con il fisco, così come previsto dalla legge – prosegue la CGIA – Sarebbe inaccettabile se ciò non avvenisse. In primo luogo, perché una fetta importante della nostra imprenditoria eluderebbe vergognosamente il fisco. In secondo luogo, ancorché fino ad ora non sia possibile provarlo, tra coloro che non hanno versato al fisco quanto richiesto, potremmo annoverare anche le multiutility controllate dagli enti locali o a partecipazione statale; se fosse così, oltre al danno ci troveremo di fronte anche ad una vera e propria beffa”.

I settori e i distretti produttivi a rischio blackout

Il caro energia sta mettendo in ginocchio non solo i settori energivori ma anche moltissime altre società. Tra queste ci sono quelle che fanno un largo consumo di gas: imprese del vetro, della ceramica, del cemento, della plastica, della produzione di laterizi, la meccanica pesante, l’alimentazione e la chimica etc. Per quanto concerne l’energia elettrica, invece, rischiano il blackout le acciaierie/fonderie, l’alimentare, la logistica, il commercio (negozi, botteghe, centri commerciali, etc.), alberghi, bar-ristoranti, altri servizi (cinema, teatri, discoteche, lavanderie, palestre, impianti sportivi, etc.). Le difficoltà, di conseguenza, colpiscono interi distretti produttivi:

Questi secondo la CGIA di Mestre quelli che hanno manifestato importanti segnali di crisi:

  • Cartario di Lucca-Capannori;
  • Materie plastiche di Treviso, Vicenza e Padova;
  • Metalli di Brescia-Lumezzane;
  • Metalmeccanico basso mantovano;
  • Metalmeccanico di Lecco;
  • Piastrelle di Sassuolo;
  • Terme Euganee;
  • Termomeccanica Padova;
  • Vetro di Murano.

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Possibili soluzioni alla corsa del prezzo del gas

Come frenare la corsa al rialzo dei prezzi del gas? Secondo l’associazione delle imprese aritigiane “con questi livelli di prezzo non ci sono soluzioni miracolistiche. Certo, è indispensabile introdurre un price cap a livello europeo, sganciare dalle quotazioni del gas il prezzo dell’energia ricavata dalle fonti rinnovabili e abbassare ulteriormente imposte, oneri e Iva sulle bollette. Alcune misure tampone possono essere approvate in tempi ragionevolmente brevi; altre, più sostanziali, come l’introduzione di un tetto al prezzo del gas, richiedono tempi di approvazione eccessivamente lunghi, che famiglie e imprese non possono attendere”.

Tanto per cominciare, Bruxelles dovrebbe alleggerire le regole sul debito pubblico e sugli aiuti di Stato alle imprese, proprio come è stato fatto con la crisi pandemica. “Insomma, dovrebbe consentire lo scostamento di bilancio, permettendo ai singoli Paesi di indebitarsi per lenire gli aumenti di luce e gas a famiglie e imprese. In secondo luogo, l’UE dovrebbe “chiedere” a Olanda e Norvegia di tornare ad essere leader europei nell’estrazione di gas naturale. Attraverso un intervento persuasivo del Consiglio europeo su Amsterdam e Oslo, l’aumento della produzione comporterebbe, anche a livello psicologico, effetti molto positivi che, quasi sicuramente, si tradurrebbero in una contrazione delle quotazioni dei prodotti energetici, consentendo a tutta Europa di tirare un sospiro di sollievo”.

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Fonte : Today