Andate in Ucraina. Anche adesso

Se non siete mai venuti in Ucraina, venite adesso. Avrete un viaggio lungo e, con un po’ di fortuna, incontrerete ucraini che tornano a casa e magari parlano inglese, tedesco o francese. Potrete immergervi subito nei loro racconti, nelle loro storie. Sfiorarle da vicino è il modo migliore per capire cosa sta accadendo. Se non siete mai venuti in Ucraina, venite adesso. 

Non fermatevi alla frontiera, andate avanti. Proseguite fino a dove hanno conosciuto la guerra, la fuga. Fino a dove suonano ancora le sirene. Scendete nei sotterranei e nella metropolitana di Kyiv, dove la gente ha dormito per giorni. Andate a vedere Bucha, Irpin e Borodyanka, toccate i detriti, presentatevi alle persone già tornate, ai ragazzi che sistemano i mattoni delle case distrutte dei genitori, alle persone che hanno morti da piangere. Andate dove aiutano ancora la gente, nelle città senz’acqua potabile. Se non siete mai venuti in Ucraina, venite adesso. Andate a vedere quanto sono belle le città. A Lviv e Kyiv troverete vita, ragazzi e ragazze che si ritrovano a bere nei locali, famiglie che cenano al ristorante. Ma hanno parenti morti, amici scappati via, conoscenti nelle città ancora bombardate, ancora senz’acqua, ancora senza niente.

Nei loro occhi c’è sempre tutto questo. Non se lo dimenticano mai e, dal mattino alla sera, li troverete attenti alle notizie della guerra. Ma vogliono vivere: vogliono il loro futuro, quello del loro paese, quello della loro stessa gente. Per vivere bisogna ricominciare presto a fare le cose di prima. Bisogna far vivere le case, le imprese, le città, i parchi, i locali, la metropolitana. Non confondete il carattere forte di questa gente con una impossibile superficialità. La loro battaglia contro il nazionalismo russo è in corso da almeno trecento anni. Più forti di loro non c’è nessuno. Ispirano. Vinceranno. Andate a conoscerli. Andate in Ucraina.

«La notte del 24 febbraio non sono state le sirene a svegliarmi, ma subito il rumore dei missili. Li aspettavo. Sapevo che sarebbero arrivati. Li aspettavo con la mia mamma in casa, da mesi. Facevano “tok tok tok” sulla mia testa e non sapevo dove si sarebbero diretti. All’inizio si tremava di paura. Non abbiamo un rifugio sotterraneo e, per settimane, quando suonava l’allarme ci mettevamo in corridoio. Avevamo spostato lì un divano, e il tavolo lo avevamo messo al centro della sala per evitare guai se le finestre si fossero rotte. I russi sono arrivati a 800 metri da casa mia, alle porte di Kyiv, e sono stati respinti in combattimento. Vivo a 10 chilometri in linea d’aria da Bucha e Irpin: quando le hanno devastate, sentivo quei missili incessanti, che non finivano mai di fare rumore. Il mondo che non ci conosce ci dava spacciati in tre giorni. In Ucraina abbiamo la certezza che vinceremo contro chi ci vuole male e ci vuole dominare. E vinceremo contro chi, dall’alto, non lavora per noi e la nostra libertà, e ce ne sono. Vinceremo: ne siamo sicuri, lo sentiamo quando non ci chiudiamo in casa per il giorno dell’Indipendenza, quando ci riprendiamo la nostra vita e passiamo tutti alla lingua ucraina. Come fanno a prenderci? Come fanno a sottometterci?».

(Le parole di Alena Causelovesky)

Tra le macerie di Irpin, la gente che riapre alla vita

Fonte : Today