Perché è colpa del patriarcato se i femminicidi continuano ad aumentare, dice Lea Melandri

26 Agosto 2022

Fanpage.it ha intervistato la giornalista e scrittrice Lea Melandri, tra le maggiori teoriche del femminismo italiano, in relazione all’aumento dei femminicidi in Italia e alla violenza contro le donne: “Dobbiamo partire dalle radici, agendo su scuola e famiglia”.

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“Dobbiamo andare alle radici per cambiare le cose, cominciare dai primi anni di vita del bambino. E dato che il nodo più problematico è la famiglia bisogna investire nella scuola, che deve affrontare questa tematica”. Lea Melandri è attivista e femminista, autrice, giornalista e docente. Da anni si interroga sull’origine del sessismo, che porta a rapporti di potere, violenza di genere e alla sua manifestazione estrema, il femminicidio. Quasi 130 donne sono state uccise dall’inizio dall’anno, la maggior parte delle quali da mariti e compagni.

Ma come mai, nel 2022 e con un forte movimento femminista di respiro globale che ha inciso sulla società e sulla cultura, la violenza di genere è ancora la normalità in Italia? Come mai non riusciamo a liberarci del sessismo e del patriarcato, che permea ogni aspetto della vita, dal lavoro alla famiglia?

“Bisogna andare alla radice, a quella che io chiamo violenza d’origine – spiega Melandri – quella differenziazione che ha da sempre diviso e contrapposto maschio e femmina, identificando le donne con la maternità, l’uomo col pensiero e la storia. Un fenomeno che attraversa i secoli: il patriarcato assume forme diverse, ma si presenta sempre, al di là del momento e del contesto storico. E il dominio maschile cerca sempre di riaffermarsi, il sessismo è un fenomeno di fondo”.

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Difficile mettere un argine al sessismo quando, a partire dalla classe politica, si chiude a qualsiasi ipotesi di cambiamento. Basti pensare alla levata di scudi contro il Ddl Zan, osteggiato anche a colpi di fake news, che alla fine lo ha fatto naufragare.

“Negli ultimi anni in Italia c’è stato un ritorno in forza dei valori tradizionali: la famiglia, la maternità, la patria. Non ci stiamo interrogando sul perché abbiano così tanto consenso. Perché nel senso comune esiste purtroppo la normalità della gerarchia, del rapporto tra i sessi e della violenza. Tutto questo andrebbe affrontato a partire dalla scuola e dall’educazione. E proprio l’educazione deve tenere conto di quello che ereditiamo inconsciamente dal passato. Perché quando parliamo di femminicidi parliamo di normalità. Quando sentiamo dire ‘era un uomo mite’, sì, può essere. Ma quando si rompe l’equilibrio di ciò che quell’uomo mite riteneva normale, esplode una violenza inaspettata”.

Questo meccanismo salta sempre più spesso. E le donne non sono disposte a prendersi sempre cura degli uomini. Non è un caso che la maggior parte dei femminicidi avviene quando decidono di interrompere relazioni violente.

“In quel caso le donne fanno una scelta di vita che per l’uomo non è prevista – continua Melandri – Salta l’equilibrio e l’idea che esistano ‘in funzione di’. L’uomo scopre la fragilità e la dipendenza, mentre prima si sentiva libero e garantito da un privilegio storico. Hanno vissuto un’infantilizzazione, con un rapporto della vita adulta che ricorda quello tra madre e figlio, con la sicurezza data come naturale da questa divisione. Quando questa si rompe si stacca la crosta di normalità, con l’altro va via una parte di sé. È la loro garanzia di vita che è messa in gioco, non solo il potere”.

Ogni volta che avviene un femminicidio, si sente parlare di ‘inasprimento delle pene’, ‘certezza del carcere’, fino ad arrivare anche alle proposte più estreme di una certa parte della politica, come la castrazione chimica per gli stupratori. Eppure, a un aggravarsi delle condanne di genere, non corrisponde una diminuzione di questi reati. Che sono in constante aumento.

“Figuriamoci se una pena maggiore può cambiare le cose, non lo ha mai fatto per altre forme di violenza, non lo farà tantomeno per questo – spiega Melandri – Il dominio maschile è particolarissimo proprio perché passa per gli aspetti più intimi della vita: la maternità, la nascita, la cura. Non è l’aumento delle pene che scoraggia pulsioni con radici così lontane”.

Cosa fare allora? Investire sulla scuola, che però deve assumere “l’individuo come intero, nel corpo, nella mente, nelle sue pulsioni, nel suo pensiero. Andare all’origine e analizzare il sessismo, precoce già nei bambini, anche in quelli con genitori attenti. La relazione tra i sessi è allo scoperto nella scuola ma ci si stende un velo, c’è una forte rimozione. Bisogna guardare sotto il banco, non sopra. Quando in Italia si prova a parlare di educazione di genere sappiamo cosa succede, si mobilitano contro le folle, dalle famiglie alle parrocchie, passando per la politica. Ma è qui che va scardinato il sessismo: bisogna sradicarlo alla radice, lavorare sulla famiglia e sulla scuola”.

“Bisogna riconoscere che le famiglie stanno cambiando, non sono più quelle del passato. Ci sono madri single, separazioni, esistono altre forme di vita intima. Bisogna opporsi al ritorno dei cosiddetti ‘valori tradizionali’, come la questione dell’aborto, che sarà sempre più osteggiato. I valori tradizionali non muoiono mai del tutto, ma che vi siano delle forze politiche che ne fanno il loro cavallo di battaglia è gravissimo, spero ci siano reazioni forti”.

“In Italia c’è stato e c’è tuttora un movimento di donne molto forte – conclude Lea Melandri – C’è una generazione che ha forza internazionale, e che ha messo a tema con chiarezza il rapporto tra sessismo, violenza sulle donne e rapporti di potere. Ma è la vecchia generazione degli anni ’70, quella dell’antiautoritarismo, che poteva e avrebbe dovuto raccogliere quella nuova ondata della relazione tra i sessi che si andava affermando con il ’68. Eppure fu osteggiata, perché si riteneva minasse l’unità di classe. Secondo me già da allora sono cominciate le difficoltà, non le uniche ovviamente, ma tra gli ostacoli al femminismo c’è stata proprio quella sinistra che avrebbe dovuto raccoglierla”.

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Fonte : Fanpage