Il Signore delle Formiche: Gianni Amelio contro il processo alle idee

Patria di alcuni tra i più grandi intellettuali della storia, madre di artisti, pensatori e scienziati di primissimo livello, eppure anche padrona insensibile, sobillatrice di un’opinione pubblica estremizzante e violenta che non riesce a superare la semplice apparenza delle cose: l’Italia cova nel suo cuore questo doloroso dualismo che separa la pigra borghesia dalla vasta scuola degli esteti, ma è stato l’avvento del fascismo ad aver inasprito i conflitti culturali sempre in fermento aizzando le folle contro tutti quelli che rifiutavano l’omologazione. Anche in seguito alla liberazione avvenuta per mano dei partigiani e degli Alleati, le forze al potere hanno cercato di tenere saldo l’ordine precostituito mettendo a tacere le voci fuori dal coro, manipolando la sensibilità delle masse e imponendo paletti alle idee con leggi a dir poco assurde.

Gianni Amelio torna sui grandi schermi dopo aver mostrato gli atti finali della vita di Bettino Craxi (qui la nostra recensione di Hammamet), e sceglie di descrivere ancora una volta il nostro incomprensibile Paese allontanandosi, ma solo in apparenza, da quella sfera politica che la sua pellicola precedente aveva messo in risalto. Il Signore delle Formiche racconta il vergognoso processo per plagio ai danni di Aldo Braibanti, uno dei più fini intellettuali che lo Stivale ricordi, illuminando con la luce dei riflettori le profonde cicatrici che adornano la storia delle idee italiane.

L’arte e l’amore

Il trailer de Il signore delle Formiche si apre sul cancello spalancato che accoglie gli sparuti ospiti di Braibanti (interpretato da Luigi Lo Cascio), un invito silenzioso nella campagna isolata in cui l’artista piacentino si è ritirato per lavorare alle sue opere teatrali.

Il timido ragazzo arrivato in bici appartiene ad una classica famiglia dell’alta borghesia italiana: le sue aspirazioni artistiche vengono infatti soppresse con brutalità dal padre, il quale ha deciso per lui una vita da medico senza curarsi delle passioni del figlio. L’amicizia che con tenerezza lo lega al poeta lascia però respirare le sue pulsioni da libero pensatore, per questo – nonostante gli amici lo mettano in guardia dalla personalità eccentrica del Braibanti – il giovane continua a tornare nella villa che accoglie quell’uomo tranquillo e fascinoso, esplorando insieme a lui lo studio delle formiche e delle arti, ed entrando in contatto con quella sfera sessuale che, in un Paese arroccato nella religione e nell’uniformità, non è possibile esprimere liberamente. Sarà proprio l’affacciarsi di un istinto omosessuale a far rinchiudere il ragazzo in un ospedale psichiatrico, dove verrà sottoposto a svariate sessioni di elettroshock per scacciare dal suo corpo quello che la madre definisce un “demonio”, mentre Braibanti viene accusato di plagio sfruttando una legge così meschina e retrograda da apparire medioevale, ma che in realtà era considerata valida fino al 1981. Il reato di plagio per cui venne portato a processo l’artista non riguardava infatti le sue opere letterarie, ma si riferiva all’ascendente che il poeta aveva imposto alla giovane vittima, perché con le sue idee l’aveva traviata allontanandola dalla comune decenza.

Le aspettative sulla laguna

Il caso giudiziario supera quasi immediatamente i confini del diritto per esplorare la repulsione degli italiani verso i moti sessantottini che cominciano ad espandersi, mettendo sotto processo non solo Braibanti ma tutti i “diversi” d’Italia, e costringendo un unico giornalista (interpretato da Elio Germano) a raccontare la realtà dei fatti che si svolgono nell’aula del tribunale.

Tra i soprusi ai quali viene costretto un ragazzo innocente, obbligato a subire le angherie degli ospediali psichiatrici dove cercano di curare la sua omosessualità, e la colpa che brucia nel petto di un Braibanti che si considera colpevole di quelle sofferenze, si muove il turbine legislativo e scandalistico che avvolge un Paese spaccato, diviso tra i moti di rinnovamento soffiati dalle nuove generazioni ed uno status quo che sembra impossibile da scardinare. Presentato in concorso alla 79a Mostra del Cinema di Venezia, il Signore delle Formiche racconta con la straripante forza e delicatezza del cinema italiano una delle pagine più nere della nostra storia, candidandosi tra i papabili mattatori del Festival organizzato dalla Biennale. Se per il Leone d’Oro l’opera di Amelio dovrà scontrarsi con giganti del calibro di Baumbach, Iñarritu e Aronofsky (con un occhio di riguardo verso il film Netflix su Marilyn Monroe, dopo l’elogio di Brad Pitt ad Ana de Armas per Blonde), numerose speranze vengono coltivate per un possibile riconoscimento a Luigi Lo Cascio, che interpreta una figura storica diventata celebre per la sua personalità teneramente multiforme.

Fonte : Everyeye