Il predatore con tre occhi che solcava i mari di 500 milioni di anni fa

Grosso quanto una mano, con strutture appuntite lungo tutto il suo corpo e soprattutto dotato di tre occhi sporgenti: doveva apparire così un esemplare di Stanleycaris hirpex, predatore che popolava i mari poco profondi del periodo geologico del Cambriano, circa 500 milioni di anni fa. È quanto emerge da uno studio dell’università di Toronto, in Canada: i ricercatori hanno raccolto più di 250 fossili eccezionalmente ben conservati di questi artropodi e ne hanno analizzato le caratteristiche, facendone la ricostruzione più completa mai fatta fino a oggi. Dai risultati dello studio, pubblicato sulla rivista Current Biology, è emerso che l’animale probabilmente possedeva, oltre ai due occhi su ciascun lato della testa, un terzo molto più grande, nel mezzo, forse per inseguire piccole prede in rapido movimento.

Cervelli di 500 milioni di anni fa

Stanleycaris hirpex apparteneva ai radiodonti, ordine estinto di artropodi (il gruppo di invertebrati di cui fanno parte insetti, aracnidi e crostacei) vissuto durante il Cambriano, circa 500 milioni di anni fa. Di dimensioni variabili, con un corpo allungato suddiviso in segmenti e gli occhi posizionati su due strutture laterali a stelo, i radiodonti sono gli animali simbolo di questo periodo geologico. Tuttavia la loro importanza va ben oltre l’aspetto singolare: per i paleontologi, infatti, essi rappresentano una grande risorsa, in quanto offrono informazioni cruciali sull’evoluzione degli artropodi nel corso di milioni di anni, fino ai giorni nostri. 

Nonostante ciò, studiare i radiodonti non è semplice: i fossili di questi animali infatti sono difficili da rintracciare e, quando finalmente si trovano, spesso sono mal conservati e frammentati. Eppure esiste un luogo che è una vera e propria miniera d’oro per chi studia gli animali preistorici del periodo cambriano: il sito di Burgess Shale, nella Columbia Britannica, in Canada. Si tratta di un’area di sedimenti argillosi nelle Montagne Rocciose canadesi, patrimonio mondiale Unesco, in cui è presente il più grande numero di fossili del periodo Cambriano meglio conservati al mondo. 

Lo studio canadese ha avuto inizio proprio a partire da questo luogo: i ricercatori hanno raccolto e analizzato ben 268 esemplari di Stanleycaris hirpex provenienti dal Burgess Shale, trovandone molti di essi eccezionalmente conservati, che avevano perfettamente intatti anche i tessuti molli, inclusi il cervello e i centri nervosi di elaborazione dei sistemi visivi. 

Un predatore feroce

È proprio grazie alla perfetta conservazione dei fossili che i ricercatori sono riusciti a individuare una caratteristica di questi artropodi mai vista prima: oltre alla coppia di occhi laterali sulle estroflessioni a stelo, la testa degli Stanleycaris ospitava, al centro e in posizione anteriore, un terzo occhio. Grazie ai fossili, i ricercatori hanno osservato per la prima volta la suddivisione del cervello dell’artropode e ricostruito la sua anatomia con grande precisione: Stanleycaris aveva il corpo, lungo circa 30 cm, suddiviso in diciassette segmenti, con due paia di lame rigide nella regione inferiore e artigli appuntiti che probabilmente avevano lo scopo di trascinare le prede direttamente alle fauci, dotate di denti aguzzi. Un predatore provetto, insomma. Anche il terzo occhio, secondo i ricercatori, avrebbe avuto un ruolo cruciale nel catturare gli animali presenti nell’ambiente circostante.

I risultati ottenuti dallo studio hanno – è il caso di dirlo – fatto guardare con nuovi occhi anche altri artropodi dello stesso periodo geologico: per esempio, è noto che gli animali appartenenti al genere Lyrarapax, radiodonti di 520 milioni di anni fa, possedevano sulla porzione anteriore della testa una struttura simile a quella trovata nello Stanleycaris. Secondo gli autori dello studio, quindi, anche questo artropode, in profonda continuità evolutiva con lo Stanleycaris, potrebbe aver avuto un terzo occhio. “Questi fossili sono come una stele di Rosetta, che aiutano a collegare i tratti dei radiodonti e di altri artropodi primitivi con le loro controparti odierne“, conclude il ricercatore.

Fonte : Wired