D-Tox Recensione: Sylvester Stallone in un thriller banale

L’agente dell’FBI Jake Malloy è sulle tracce di un serial killer che negli ultimi sei mesi ha già ucciso nove poliziotti. La decima vittima è un suo ex-collega e quando si trova sul luogo del delitto alla ricerca di potenziali prove, Malloy riceve una telefonata dall’assassino in persona: questi si trova a casa e sua e uccide in diretta la sua fidanzata, nonché futura moglie, prima di darsi alla fuga e fingere il suo suicidio.

Con l’apparente morte del colpevole le indagini vengono chiuse, ma Malloy non riesce a darsi pace ed è diventato schiavo dell’alcool, al punto da tentare anch’esso di togliersi la vita. In D-Tox, in onda in prima serata su Iris 4, Malloy viene salvato in extremis dall’amico e supervisore Chuck Hendricks, che lo convince a frequentare un programma di riabilitazione rivolto proprio a ex poliziotti affetti da gravi problemi personali. Il corso si tiene in una struttura isolata gestita dal dottor John Mitchell, un anziano ex agente che in passato ha vissuto sulla propria pelle i danni della dipendenza. Malloy incontra lì altri ufficiali che si ritrovano ad essere pazienti della clinica, ognuno segnato da un diverso trauma. Ma quando i ricoverati cominciano ad essere vittima di un misterioso assassino, Malloy comprende come il passato sia tornato a fargli visita…

D-Tox: un periodo infelice

Mentre sono ancora calde le polemiche relative all’annunciato progetto del franchise di Rocky, con un Sylvester Stallone durissimo sul film su Drago dopo la scoperta che uno spin-off sullo storico villain interpretato da Dolph Lundgren era stato messo in cantiere a sua insaputa, approfittiamo della messa in onda televisiva per riscoprire uno dei suoi film meno considerati, relativo ad un periodo non certo fortunato della sua carriera.

Siamo infatti all’inizio del nuovo millennio e Sly ne veniva da due flop del calibro di La vendetta di Carter (2000), mediocre remake del cult con Michael Caine, e Driven (2001), action su quattro ruote affossato da critica e pubblico. I fan speravano che D-Tox potesse risollevare le sorti di una filmografia in caduta libera, ma anche in questo caso il risultato è stato assai inferiore alle attese.
Basata sul romanzo Jitter Joint di Howard Swindle, la pellicola infatti si pone come un anonimo psycho-thriller dove le verità sono destinate a venire a galla strada facendo, mettendo al centro della storia un folto gruppo di personaggi, tutti potenziali indiziati – tranne ovviamente il protagonista – di poter essere l’assassino di poliziotti.

Un assassino senza volto

Una struttura chiusa in un ambiente isolato, una tormenta di neve in arrivo ed ecco che la mattanza può finalmente avere inizio, in un’ottica riconducibile alle dinamiche slasher per la progressiva eliminazione delle varie pedine in gioco. Non è un caso che il regista sia Jim Gillespie, che aveva esordito con un cult a tema come So cosa hai fatto (1997). Stallone fa il suo solito nei panni di una figura dura e pura, con tanto di bella da salvare per redimersi dalla tragedia passata e il tipico campionario di frasi fatte ad hoc, battuta finale nella resa dei conti con il villain su tutte.

Interessante invece il buon numero di star e caratteristi nei ruoli secondari, con un cast che può contare su volti conosciuti quali Tom Berenger, Charles S. Dutton, Robert Patrick, Stephen Lang, Kris Kristofferson e un Jeffrey Wright ancora lontano dal commissario Gordon di The Batman (2022). La sceneggiatura, va detto, è stata rimaneggiata più volte e questo si fa evidente in certi passaggi che appaiono poco chiari.

Le riprese infatti terminarono nel 1999 ma i primi test screening furono accolti negativamente, costringendo cast e crew a rigirare diverse scene e rimontare il film, apportando sostanziali cambiamenti alla storia. Il risultato sull’audience fu però il medesimo e proprio per questo l’uscita nelle sale è stata rinviata di ben tre anni, senza ormai credere troppo da parte dei produttori in un progetto ormai considerato fallito. E l’ora e mezzo di D-Tox si porta dietro tutti questi problemi, sia in fase di scrittura che di relativa messa in scena, con la vena divistica di Sly che finisce per rendere il tutto ancor più finto e caricaturale.

Fonte : Everyeye