Nope Recensione: Jordan Peele firma un horror atipico e appassionante

Sebbene Nope sia il film meno esplicitamente intento a voler dare una connotazione sociale e politica alla propria storia, non per questo alla sua terza fatica Jordan Peele lascia allo spettatore l’impossibilità di poter riflettere su quanto lo schermo gli ha appena mostrato, soprattutto dopo l’operazione più d’intrattenimento intrapresa dall’autore. Lasciati alle spalle Get Out – Scappa e Noi (riscoprite con noi il cinema di Jordan Peele e recuperate la nostra recensione di Get Out – Scappa e la recensione di Noi).), ma riportandosi dietro l’ormai divo nonché premio Oscar Daniel Kaluuya, il regista e sceneggiatore americano offre al pubblico l’osservazione e lo sviluppo di una dimensione dello spettacolo che viene ripresa dal cineasta e, oltre che indagata e analizzata, utilizzata anche allo scopo finale di distrarre e divertire gli spettatori.

Le prime immagini della storia del cinema

Nella lotta al razzismo del suo film indipendente, un debutto eclatante da 252 milioni di dollari, alla teoria del doppio che nei doppelgänger di Lupita Nyong’o e della sua famiglia esaminava le disparità che troppe volte avvelenano le persone, per Jordan Peele il suo Nope è più l’intuizione di non volersi adagiare su di un cinema che debba necessariamente accontentare tutti.

Ma che possa comunque mantenere al proprio interno un nucleo intelligente e meditativo pur adottando stavolta maggiormente gli stilemi del blockbuster e dell’intrattenimento, usati per la creazione vera e propria di uno show a cui poter assistere e a cui partecipare assertivamente. Non a caso il film si apre con le prime immagini in movimento della storia del cinema che appartengono alle fotografie di Eadweard Muybridge e alla loro sequenza in velocità che dava l’impressione a chi osservava che il cavallo protagonista si muovesse assieme al suo fantino. Un escamotage per presentare il background della famiglia di cui i personaggi di Daniel Kaluuya e Keke Palmer fanno parte, nipoti alla lontana di quell’uomo sul dorso dell’animale dal cognome Haywood che ha creato una propria società e l’ha resa la più ambita per l’affitto di cavalli nell’industria cinematografica.

Ricercare la sequenza perfetta

È dunque l’idea di come la luce va imprimendosi sulla pellicola che scuote Nope. I movimenti e lo scatto perfetto, quello che Muybridge dovette ricercare per dare i primi accenni di settima arte al mondo intero e il cui spirito analogico tornerà nel film proprio a testimoniare la scoperta soprannaturale dei protagonisti.

Perché nel donare al pubblico la pellicola più intuitiva e di facile coinvolgimento Peele non tralascia il suo animo indagatore, quello che dietro alle sue opere vuole nascondere un segreto in più che può rivolgere primariamente allo spettatore più entusiasta, più attento a non perdere neppure un singolo accenno di cosa l’autore sta narrando e in che maniera lo sta facendo. È in fondo quello che c’è alla base della ricerca dei fratelli Haywood in Nope: la sequenza perfetta. La sequenza alla Ophra. Quella che li farà diventare ricchi, che dimostrerà la prova inconfutabile degli alieni e che li condurrà ad una vita libera ed agiata. È il riverberare quella sequenza di cui il loro parente fece parte in The Horse in Motion nel 1877, dando un primitivo accenno di quello che sarebbe stato il cinema, e che i fratelli inseguono volendo essere anche loro i primi a dare la prova inconfutabile di un’opportunità, di un avvenimento. Di un evento che potrebbe per sempre cambiare non solo la loro esistenza, ma quella di chiunque altro. Come l’arrivo del cinema aveva sconvolto le conoscenze comuni, così per loro inquadrare un alieno nel cielo aperto può essere l’iniziale passo verso un nuovo futuro.

La sinergia tra analogico e digitale

Nella battaglia costante tra analogico e digitale, Nope ci mostra la via della contaminazione e di come l’incontro di sinergie permetta il risultato migliore e definitivo desiderato da qualsiasi videomaker o osservatore; la combinazione dei vari modelli di show business e come si cavalchino pur di parlare direttamente al pubblico. Forse è proprio per questo che Nope, pur con la sua struttura filosofeggiante alle spalle, sembra così semplice da poterlo facilmente definire. Da poter guardare, di cui goderne come un grande film orrorifico che si mescola alla spettacolarità di un cinema classico fatto di trappole e corse di cavalli.

Nella società in cui vedere e riprendere è tutto, anche l’horror fa capolino per farsi esibizione. Per essere performante, sottostando alla legge della medialità e della ripresa costante, in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento. E, in tutto questo, è Jordan Peele a metterci davanti allo spettacolo più appassionante di tutti. Quello di un cinema dell’orrore che continua a farci pensare, stavolta però divertendoci come fossimo al parco giochi.

Fonte : Everyeye