Il concetto di “musica allegra” o “musica triste” non è universale

La musica, forse, non è un linguaggio così universale come si crede. Stando ai risultati di una ricerca appena condotta da un’équipe di scienziati della Western Sydney University, e pubblicata sulla rivista PLOS One, infatti, la nostra percezione del “tono emotivo” di una canzone – in altre parole, se la troviamo “triste” oppure “allegra” – sarebbe pesantemente influenzata dalla cultura in cui viviamo. E quindi, nell’eterno dibattito tra nature e nurture, sarebbe quest’ultima a giocare il ruolo più importante, almeno relativamente alla musica.

Andiamo con ordine. L’idea che la musica sia un linguaggio universale è un cliché che si sente ripetere molto spesso. Ve lo avevamo raccontato anche noi di Wired qualche mese fa, presentando una ricerca pubblicata su Science da un gruppo di scienziati della Harvard University, che analizzando oltre un secolo di ricerche etnografiche ed etnomusicologhe di 315 diverse culture aveva messo in luce come tutte le musiche del mondo, sotto sotto, si assomigliassero, o per meglio dire conservassero dei tratti comuni. I ricercatori, in particolare, avevano concluso che “la musica pervade la vita sociale in modo simile in tutto il mondo. Ciò significa che le musiche preposte a una specifica funzione, per esempio le ninne nanne, hanno caratteristiche comuni in tutte le culture, hanno tratti stereotipati. E la stessa cosa vale per le musiche da ballo, le canzoni d’amore o d’incitamento alla guerra”. Allo stesso modo, uno studio pubblicato nel 2018 sulla rivista Current Biology aveva evidenziato, come raccontato all’epoca da Le Scienze, che “esistono alcune strutture musicali intrinsecamente correlate alle emozioni che possono essere percepite da persone di culture molto diverse tra loro dopo aver ascoltato soltanto un brano molto breve”.

Il lavoro appena pubblicato, invece, dice tutt’altro (e non bisogna sorprendersi: la scienza funziona così). Il concetto di “contenuto emotivo” della musica, tradizionalmente, è collegato a quello di tonalità, ovvero“il sistema di organizzazione dei suoni all’interno di una composizione, il modo in cui le note, gli accordi, le melodie, i temi i motivi vengono posti in relazione tra loro”: senza addentrarci in tecnicismi, l’idea è che le tonalità maggiori sono percepite dall’ascoltatore come “allegre”, mentre quelle minori hanno un tono più “triste”. Un esempio vale più di mille parole: questa è Final Countdown, pezzo cult degli Europe, “riscritta” in tonalità maggiore.

Fonte : Wired