Il fact-checking al programma elettorale di Calenda, punto per punto

Azione di Carlo Calenda e +Europa hanno sottoscritto un programma elettorale, il “Patto repubblicano”, in vista delle prossime elezioni in cui saranno alleati del Partito Democratico di Enrico Letta. Sotto lo slogan “Appello ai politici e ai cittadini per la ricostruzione dell’Italia”, il documento si presenta con 14 punti che toccano temi come politica estera, diritti, giustizia, economia, energia e ambiente. Abbiamo verificato tutti i dati contenuti, punto per punto, per approfondire la proposta politica di Azione e +Europa e contestualizzarla: vediamo il risultato.

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L’unanimità al Consiglio Europeo

Nel primo punto del programma elettorale di Azione e +Europa si parla di politica estera, e tra le altre cose, di maggiore integrazione e trasferimento di poteri all’Unione Europea, anche grazie a un superamento del principio del voto all’unanimità al Consiglio Europeo. Il Consiglio Europeo è l’organo che definisce priorità e orientamenti politici generali dell’Unione europea ed è formato da tutti capi di governo o di Stato dei 27 stati membri, oltre al presidente del Consiglio europeo e al presidente della Commissione europea. 

A seconda dell’argomento discusso, il Consiglio dell’UE decide votando a maggioranza semplice (con il voto favorevole di 14 Stati membri), a maggioranza qualificata (con il voto favorevole del 55% degli Stati membri, che rappresentino almeno il 65% della popolazione dell’UE) o all’unanimità per alcuni settori strategici come imposizione fiscale, sicurezza, adesione di nuovi Stati membri e politica estera. Il programma di Azione riprende la volontà, tra gli altri, di Mario Draghi, che ha citato spesso l’abolizione o revisione del meccanismo di voto all’unanimità del Consiglio Europeo in merito all’introduzione di un tetto comune al prezzo del gas, per cui era necessaria proprio l’unanimità. Questo meccanismo di voto è sì riformabile come auspicano Azione e +Europa, ma per farlo si dovrebbe avviare un lungo e articolato processo di revisione dei trattati europei per cui servirebbe comunque l’unanimità. Un corto circuito difficile da risolvere e non in tempi brevi, ma comunque fattibile. 

La spesa pensionistica in Italia è tra le più alte al mondo?

Nel punto 2 del programma relativo alle politiche di bilancio si parla di rimodulare la spesa statale destinando più risorse a istruzione e sanità, a partire dall’eliminazione dei “sussidi a pioggia” e della diminuzione della spesa pensionistica, definita tra le “più alte al mondo”. Ma è davvero così? Secondo l’Ocse l’Italia è proprio il paese che spende di più in assoluto per le pensioni. Secondo l’ultimo rapporto del 2019 l’Italia destinava il 15,6 per cento del Pil alla spesa per le pensioni, poco più della Grecia (15,5 per cento). Per avere un’idea, la Francia destina il 13,6 per cento del suo Pil, la Spagna il 10,9 per cento e la Germania il 10,2 .

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Il rapporto è relativo al 2018 e da quell’anno sappiamo che la spesa pensionistica in Italia è ulteriormente aumentata: secondo la Ragioneria generale dello Stato la spesa per pensioni è salita al 17 per cento del Pil nel 2020, anno di Quota 100 definito nel programma di Calenda “misura demenziale”, per scendere al 15,7% del Pil nel 2022, dato più alto rispetto al 15,6% del rapporto Ocse relativo al 2018. L’aumento non è solo colpa di Quota 100, che insieme a Quota 102 ha “favorito il pensionamento anticipato, determinando per gli anni 2019-2022 un sostanziale incremento del numero di pensioni in rapporto al numero di occupati”, ma anche per la “forte contrazione dei livelli di PIL dovuti all’impatto dell’emergenza sanitaria da Covid-19 che ha colpito l’Italia dal febbraio 2020”. In ogni caso sì, l’Italia è il paese con il livello di spesa pensionistica tra i più alti al mondo, e con quello più alto tra i paesi Ocse.

La rete idrica in Italia, i gestori e la qualità

Al capitolo 3 “Infrastrutture, energia e ambiente”, si parla anche della rete idrica definita la “peggiore d’Europa”, e gestita “da 2.500 società (di cui l’83% pubbliche), incapaci di fare investimenti”. Secondo i dati dell’Autorità di regolazione per energia reti e ambiente (Arera) elaborati da Today, i gestori idrici al 2022 sono 2.262, poco meno rispetto ai 2.500 indicati nel programma di Azione, dato più vicino invece all’ultimo rapporto Istat disponibile e relativo al 2018 in cui il numero di gestori idrici era di 2.552. Di questi l’83% erano soggetti pubblici, come correttamente indicato nel programma di Azione.

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Numero dei gestori idrici in Italia (Istat)

Riguardo la qualità del sistema idrico, purtroppo sappiamo che ogni anno una parte consistente dell’acqua che passa nelle tubature viene persa: secondo l’Istat nel 2018 è andato perso il 42% dell’acqua immessa in rete.

Perdite d'acqua nel sistema idrico in Italia-2

Nel programma di Azione e +Europa si legge che la rete idrica italiano è “la peggiore d’Europa”. Tuttavia, non è semplice fare paragoni tra Paesi, per disponibilità ed eterogeneità dei dati: ad esempio, in Italia si passa dal più del 50 per cento di acqua persa in Sicilia e Sardegna al 22 per cento della Valle d’Aosta. In ogni caso, l’Italia non ha la peggiore rete idrica ma è sicuramente tra i paesi che perdono più acqua durante la distribuzione sul territorio. 

Perdite d'acqua nella rete idrica in Europa

Tagliare le tasse e aumentare gli stipendi

Ai punti 4 e 5 “Fisco” e “Lavoro” del programma si parla di riduzione delle tasse per i redditi medio bassi e i più giovani (niente tasse fino ai 25 anni) e conseguente aumento degli stipendi. In più, c’è un riferimento ai tirocini gratuiti “non inseriti in un piano di formazione universitaria o di scuola secondaria”. Riguardo la riduzione delle tasse, secondo Azione e +Europa si potrebbe arrivare a questo risultato con un taglio del 2 per cento di Pil su Irpef e Irap sui redditi in questione (under 30 e redditi medio bassi). Rispetto al Pil del 2020, un’operazione del 2 per cento vorrebbe dire usare circa 35,6 miliardi di euro. Nel dibattito sul taglio del cuneo fiscale, il presidente di Confindustria Carlo Bonomi ha proposto un taglio del cuneo fiscale a vantaggio per due terzi dei lavoratori e per un terzo delle imprese per i redditi fino ai 35mila euro, con un beneficio annuo di circa di 1.223 euro: questa operazione sarebbe costata circa 16 miliardi di euro.

Aumentare gli stipendi fa bene a tutti (non solo ai lavoratori)

Secondo un’elaborazione di Today, i redditi fino a 35mila euro – ipotizzando rappresentino i “medio-bassi” di cui si parla nel programma elettorale – contribuiscono al pagamento di poco più del 41% dell’Irpef totale, per circa 70,9 miliardi di euro. Di conseguenza, con un azione del 2 per cento del Pil come auspicato da Azione e +Europa si dimezzerebbe, di fatto, l’Irpef dei redditi fino ai 35mila euro. Sarebbe interessante avere dettagli in più sulla misura. Sui tirocini gratuiti il programma elettorale di Calenda e +Europa si sbaglia: c’è già una legge che prevede un’indennità minima che varia a livello regionale e delle ore impiegate e va dai 300 ai 600 euro.

I servizi pubblici senza gara d’appalto

Al settimo punto del programma “Politica industriale, concorrenza e mano pubblica” si cita un dato relativo ai “servizi pubblici locali”: secondo Azione e +Europa “il 93 per cento è stato affidato senza gara”, fatto che inciderebbe “negativamente sulla qualità e sul costo dei servizi, quindi sulla spesa pubblica,
sulla produttività e sulla crescita del Paese”. Il dato riportato è corretto: secondo una relazione della Corte dei Conti, al 31 dicembre 2018 dai dati relativi agli affidamenti comunicati da 5.636 enti, il 93 per cento del totale risultava senza gara, quindi per affidamento diretto. Solo il 6 per cento è stato affidato con bando di gara (ma i dati sono aggiornati a dicembre 2018). 

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I servizi pubblici senza gara d'appalto

Giustizia: la durata dei processi e i risarcimenti

Il “Patto Repubblicano” di Azione e +Europa dedica il punto 8 al tema “Giustizia”, in cui si parla di Il punto 9 del programma elettorale di Azione e +Europa è dedicato a “Istruzione e Ricerca”. In questa sezione si sottolinea che “in Italia abbiamo tra i tassi più alti d’Europa di dispersione scolastica e NEET”. Secondo i dati di Eurostat e relativi al 2021, in Italia il tasso di dispersione scolastica era pari al 12,7 per cento, intesa come parte di popolazione tra i 18 e i 24 anni che si è fermata alla scuola media e non ha proseguito alle superiori. Si tratta del terzo dato più alto dell’Unione Europea, dopo Spagna (13,3 per cento) e Romania (15,3 per cento).

Riguardo i NEET (dall’inglese Not in Education, Employment or Training) si intende indicare chi tra i 15 e i 34 anni non studia e lavora. Secondo gli ultimi dati Eurostat relativi al 2021 il 24,4 per cento degli italiani tra i 15 e i 34 anni rientra in questa definizione.Il tasso è il più alto tra i 27 Paesi dell’Unione europea, dove la media è del 14,3 per cento. Dunque, le indicazioni riportate dal Patto su NEET e dispersione scolastica sono corrette. In questo paragrafo si accenna anche alla spesa in ricerca, che in Italia sarebbe la metà dei paesi del Nord Europa. Anche in questo caso il dato riportato è corretto: secondo i dati Eurostat relativi al 2020 l’Italia ha speso in ricerca e sviluppo circa l’1,5 per cento del Pil, rispetto al 3,5 per cento della Svezia (che è il Paese che spende di più), il 3 per cento della Danimarca e il 2,9 per cento della Finlandia: circa la metà, proprio come indicato nel programma.

La spesa in ricerca e sviluppo in Italia e in Europa

Il Mezzogiorno e la situazione economica

Nel punto 11 si parla di “Politiche per il Mezzogiorno”. Viene sottolineato che la “situazione socio-economica delle regioni del Mezzogiorno è peggiorata nell’ultimo decennio”, in termini di Pil per abitante (- 55 per cento), disoccupazione giovanile (più del doppio rispetto al Centro e al Nord), spesa in istruzione (diminuita del 19 per cento negli ultimi dieci anni) e rete autostradale (inferiore di circa il 30 per cento rispetto a quella nazionale). Il dato del Pil per abitante (pro capite), ce lo restituisce l’Istat che, sostanzialmente, conferma il Patto: al 2020 il Pil pro capite al Mezzogiorno era di 18mila euro rispetto ai 34mila del Nord-Ovest, poco meno della metà, il 53 per cento circa.

Riguardo la disoccupazione giovanile, nella fascia d’età tra i 15 e 24 i disoccupati nel Mezzogiorno erano il 43,1 per cento del totale, più del doppio rispetto al 21,1 per cento del Nord, un po’ meno rispetto all’oltre 29 per cento del Centro Italia. 

Per la spesa in istruzione, il rapporto Svimez (l’associazione che si occupa dello sviluppo industriale del Mezzogiorno), ci dice che nell’ultimo decennio è diminuita del 19 per cento al Mezzogiorno rispetto al 12 del Nord Italia, confermando i dati riportati nel Patto.

Infine, riguardo la lunghezza della rete autostradale, secondo gli ultimi dati Ispra del 2019 la lunghezza della rete autostradale del Mezzogiorno era di 2.159 chilometri contro i 1.187 del Centro e i 3.631 del Nord Italia. La rete autostradale al Sud è più del 55 per cento inferiore rispetto al resto del Paese, un dato nettamente superiore rispetto a quello contenuto nel Patto Repubblicano di Azione e +Europa.

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Fonte : Today