Come creare app e siti davvero accessibili a tutti

 “Un sito accessibile nel 1995- 96, agli albori del web, probabilmente lo sarebbe anche al giorno d’oggi”. afferma, in maniera significativa, Daniele Tabellini, UX e UI designer del Dipartimento per la trasformazione digitale in un’intervista a Wired.  Spesso, però, alla praticità si è preferita l’estetica. E le toppe, lungi dal riparare, hanno invece aumentato la confusione.

Un decalogo per chi sviluppa per la PA (e non solo)

Ma qual è la definizione di accessibilità? “In buona sostanza  – prosegue Tabellini –  significa progettare in modo che chiunque, a prescindere dalle proprie condizioni di disabilità permanente o temporanea, possa usufruire di un sito allo stesso modo degli altri senza avere necessità di una versione speciale”. Facciamo qualche esempio. “Deve essere possibile usare un lettore di schermo per i non vedenti (ne avevamo parlato qui, ndr), devono essere presenti testi alternativi che descrivono i contenuti visivi”. C’è un altro vantaggio, spiega il designer. “Gli strumenti compensativi, ormai è provato, aiutano tutti, perché rendono le interfacce più semplici e immediate”.

Così, il Dipartimento e l’Agenzia hanno suggerito un decalogo per creare un sito (o servizio) perfettamente  accessibile. Che può valere anche per chi sviluppa per clienti privati, e fra qualche anno sarà costretto ad adeguarsi alle normative europee. 

Primo punto: per fare bene, bisogna guardare oltre l’oggi. Dei siti del 1995 si è già detto: l’idea è programmare ispirandosi alla semplicità d’uso, come si faceva quando le interfacce grafiche erano meno potenti e l’imperativo era rendere leggibili schermate quasi esclusivamente testuali.

Secondo: l’obiettivo non può essere solo quello di passare l’esame della normativa. L’accessibilità costa? “Forse, ma il conto è molto più salato quando si aggiungono toppe anno dopo anno”, riprende Tabellini, magari dopo la segnalazione di un utente in un post su Twitter. Senza parlare dei risultati di una stratificazione priva di progettualità. E aggiunge: “L’investimento in accessibilità e nello studio  si ripaga nel breve e medio periodo, e deve diventare il mantra delle pubbliche amministrazioni”.  Che sono oltre ventimila, afferma l’esperto, per un totale di circa centomila siti web. 

Come fare, quindi? Scorrendo il decalogo preparato da Dipartimento e Agenzia si trovano molti consigli tecnici, un nutrito elenco di link per gli sviluppatori e qualche principio interessante condensato in poche parole: Ad esempio, “soldi pubblici significano codice e progetto pubblico”: un momumento alla filosofia open. L’obiettivo è creare delle linee guida condivise e già abbondantemente validate per lo sviluppo di siti e servizi accessibili. Per dirla con Tabellini: “Non c’è bisgno di reinventare la ruota, tutto il materiale e le soluzioni proposte sono state testate nell’ottica di un’amministrazione pubblica inclusiva ed efficiente“.

L’accessibilità diventa obbligatoria per le imprese

Il post contiene, inoltre, tutti i riferimenti normativi che si sono stratificati negli anni:  dalla legge 4 del 2004, che ha anticipato di molto la regolazione europea, a quelli più recenti.  Il decreto legge 76 deò 2020, estende l’obbligo di accessibilità  anche ai soggetti privati che offrono servizi al pubblico attraverso siti web o applicazioni mobili e che abbiano un fatturato medio superiore a cinquecento milioni di euro negli ultimi tre anni di attività. Il legislatore ha voluto, insomma, anticipare alle grandi organizzazioni private il percorso verso l’accessibilità che comunque verrà attivato per tutti i soggetti privati dal 2025 sulla base dell’European Accessibility Act.

La riflessione che Tabellini condivide al telefono con Wired si chiude con una domanda: Pensare ‘accessibile’ è necessario. Ma chi sta insegnando a farlo alla prossima generazione di designer e sviluppatori? Quanti e quali sono i corsi dedicati all’accessibilità nelle università italiane?”. La risposta è retorica.

Fonte : Wired