“Perché l’Ue sbaglia a vietare le sigarette elettroniche aromatizzate”

Il divieto di vendita delle sigarette elettroniche aromatizzate, proposto questa settimana dalla Commissione europea, non convince tutto il mondo scientifico. Fumare fa male, in qualsiasi forma: su questo sono d’accordo tutti. Ma per alcuni esperti, questo tipo di sigarette potrebbe aiutare i tabagisti incalliti, quelli che non hanno intenzione o non riescono a smettere di fumare, di ridurre i rischi per la salute. E di conseguenza, di ridurre i casi di cancro, che è il fine ultimo della proposta di Bruxelles. 

Chi difende le sigarette elettroniche

“La Commissione europea ribadisce che la prevenzione è meglio della cura. Nulla da eccepire. Ma, allo stesso tempo, di fatto afferma che per i fumatori adulti in Europa e, quindi, anche in Italia le uniche alternative sono continuare a consumare le sigarette tradizionali, oppure smettere di fumare. Non viene data nessuna indicazione sulla lotta al fumo, nonostante i successi limitati di questo orientamento”, scrive l’Eurispes.

L’istituto di ricerca italiano, che da anni studia l’impatto in Italia del tabagismo e anche i nuovi strumenti alternativi alle sigarette, ribadisce che, purtroppo, i dati dimostrano che “la maggioranza dei fumatori non vuole o non ritiene di essere in grado di smettere di fumare”. Anche nell’ultima indagine campionaria condotta da Eurispes nel 2021 nel nostro Paese, il 18% dei fumatori ha risposto “assolutamente no” al quesito “vorrebbe smettere di fumare?”, il 26,6% “dovrei ma non voglio”, il 28,5% “dovrei ma credo che non riuscirei”.

Questi dati, secondo Eurispes, “dovrebbero imporre l’elaborazione di una strategia realistica di diminuzione e fuoriuscita per milioni di italiani, fumatori adulti, che non vogliono o non riescono a smettere di fumare: i nuovi strumenti possono orientare il mercato e la sensibilità dei cittadini adulti in questa direzione”. Le “tradizionali” politiche di lotta al fumo “troppo spesso si risolvono in un inefficace invito alla cessazione”, continua l’istituto. Ecco perché serve “una attenta valutazione del ruolo dei nuovi prodotti senza combustione dovrebbe essere elemento importante delle politiche di sanità pubblica. Si tratta di valorizzare i nuovi strumenti in logica di ‘riduzione del rischio’ e di ‘riduzione del danno’, riconoscendo il ruolo e lo spazio che stanno già occupando, e che auspicabilmente è destinato ad ampliarsi”, conclude.

Un parere condiviso da Fabio Beatrice, professore della facoltà di Medicina dell’Università di Torino: “Il piano per creare ‘una generazione zero tabacco’ della Commissione Ue è lodevole. Ma ridurre significativamente il numero di morti per tumore con una stretta su sigarette elettroniche e tabacco riscaldato è utopistico e irrealizzabile”. Per il direttore del Centro anti-fumo dell’ospedale San Giovanni di Torino, insieme all’invito a smettere di fumare “bisogna assicurare proposte ricevibili. Un modo per ridurre il rischio ci sarebbe – dice Beatrice – ed è il fumo digitale (e-cig e tabacco riscaldato). Ci sono studi che confermano il potenziale di questi prodotti di ridurre il rischio per quei fumatori che non vogliono o non riescono a smettere. Questi nuovi dispositivi elettronici alternativi alle sigarette – con i quali, va detto, non raggiungiamo l’obiettivo della cessazione dalla dipendenza – sono un’alternativa migliore rispetto alle sigarette, affinché si eviti lo scenario peggiore per noi medici, ovvero che chi aveva già abbandonato le sigarette vi faccia ritorno. Tali strumenti hanno la caratteristica di ridurre drasticamente i prodotti della combustione, i veri artefici del danno da tabagismo, rispetto al fumo tradizionale”, conclude.

Quello delle sigarette elettroniche è un mercato in crescita sui cui le lobby del tabacco puntano con forza per mantenere in vita una filiera che vede l’Italia tra i protagonisti in Europa: secondo Coldiretti, il nostro Paese è il primo produttore di tabacco dell’Ue con 14mila ettari coltivati, soprattutto in Campania, Veneto, Umbria e Toscana, e da questa filiera dipendono 50mila posti di lavoro. Philip Morris ha stretto nel 2020 un accordo con il governo che prevede investimenti fino a 500 milioni di euro entro il 2025. 

La posizione di Bruxelles 

Le istanze del settore, però, si scontrano con la valutazione della Commissione europea, che ha posto l’accento sui rischi connessi alla sotto-categoria delle sigarette elettroniche aromatizzate (che non rappresentano tutto il mondo delle e-cigarette). Come scrive la Fondazione Airc per la ricerca sul cancro, “sulla completa sicurezza delle sostanze usate per aromatizzare l’aerosol mancano certezze. Per esempio il diacetile, un aroma molto utilizzato fra l’altro nel burro, è sicuro quando viene ingerito, ma è associato all’insorgenza di bronchiolite obliterante se viene inalato per lunghi periodi in alte concentrazioni”.

Secondo uno studio pubblicato nell’aprile del 2017 su una rivista della Società americana di fisiologia  sono circa 7.000 i diversi composti aromatizzanti contenuti nelle sigarette elettroniche in vendita negli Stati Uniti, con caratteristiche biochimiche molto variabili. Alla luce dei test preliminari effettuati, i ricercatori concludono che questi composti “dovrebbero essere esaminati uno a uno in maniera approfondita per determinare la potenziale tossicità nel polmone o altrove”.

Tra i possibili pericoli associati all’uso delle sigarette elettroniche, continua la Fondazione Airc, “non va dimenticato quello legato all’intossicazione per contatto accidentale con il liquido a base di nicotina contenuto nelle cartucce, possibile se la sigaretta elettronica viene usata quando si è sdraiati. Negli ultimi anni sono aumentate moltissimo anche le segnalazioni ai centri antiveleni relative all’intossicazione di bambini piccoli, che secondo uno studio pubblicato su Pediatrics nel 2016 , sono passate negli Stati Uniti da una al mese nel 2010 a 223 al mese nel 2015”, conclude.

Fonte : Today