Elvis Recensione: il Re di Baz Luhrmann è sorprendente!

Elvis Presley: nome e cognome di una leggenda. Un mito che risuona negli annali della musica, una figura titanica che come molti grandi artisti si è spento fin troppo velocemente, bruciando ardentemente e spingendosi oltre i limiti. Ma chi ha ucciso realmente il ragazzo di Memphis, morto a soli 42 anni? Sono stati gli eccessi e le pasticche prescritte dal suo medico personale? La troppa fatica? L’ingombrante vita artistica che lo stava logorando fuori dal palco? Il nuovo film diretto da Baz Luhrmann (Moulin Rouge, Il grande Gatsby), Elvis, prova a rispondere alla domanda, dando una raffinata e romantica interpretazione (e le prime reazioni sono ottime; a Cannes ci sono stati 10 minuti di standing ovation per Elvis).

Il regista, sceneggiatore e produttore australiano, con il suo stile patinato, estremo e coloratissimo, fin dall’inizio sembrava il film-maker perfetto per raccontare questa storia, non solo l’ascesa e il declino di una rock star (un Austin Butler già proiettato per gli Oscar 2023), ma anche il suo problematico rapporto con il suo manager, l’enigmatico Colonnello Tom Parker (uno straordinario Tom Hanks). E proprio quest’ultimo dirige le fila principali del racconto e trascina il pubblico in un ottovolante folle, caratterizzato da luci e ombre. Un ritratto di Elvis Presley tra il divino e l’umano, a tratti eccessivamente frammentato e rocambolesco, ma efficace nel descrivere la sua parabola artistica e familiare, specialmente nell’analizzare le sue fragilità mascherate dalla perfezione del palcoscenico. Elvis, distribuito da Warner Bros., approda nelle sale italiane il 22 giugno 2022 tra i film in sala a giugno 2022.

Elvis: l’equilibrio tra la creazione di un mito e la vita di una star

Elvis è un progetto che nasconde bene i suoi veri intenti: per quanto nel racconto sia essenziale l’intera vita musicale e personale dell’incredibile cantante, ballerino e attore americano, ciò che colpisce di più è l’attenzione riservata alla consacrazione divina di Presley.

La creazione di un mito inizialmente fondato ad hoc da Parker e poi portato avanti da altri produttori e agenti nel corso del tempo, con l’imbonitore Tom che ha sempre avuto l’ultima parola. Il giovane originario di Tupelo, cresciuto nella povertà in un quartiere prevalentemente abitato da afroamericani ed influenzato dalla loro musica, dal rhythm and blues e dal gospel, aveva un talento straordinario che però doveva essere imbrigliato in un sistema più grande di lui, che lo vedeva solo come una macchina macina soldi. Se escludiamo le fasi iniziali della sua carriera, la rock star dal ciuffo ribelle è sempre stata accompagnata dalla mano “invisibile” del Colonnello: il risultato è un figura iconica, plasmata dietro le quinte dall’acume produttivo del suo manager e ovviamente dalla sua propensione naturale al palcoscenico.

Ne consegue che il lungometraggio non è solo un brillante biopic, ma anche un raffinato e intelligente spaccato dell’industria musicale a cavallo tra gli anni ’50 e ’70, quando ancora si sperimentava un sistema ancora in costruzione. Grazie a queste diverse letture, abbiamo quindi due punti di vista della storia: quello di Parker che accompagna tutto il film e che si sofferma sugli aspetti legati al manipolazione e invenzione del Re del rock e quello di Elvis stesso, più sottile e meno esplicito, che invece racconta al pubblico l’uomo dietro il mito. Un timido ragazzo legatissimo alla madre e dalla fragilità spiccata che ha colto un’opportunità invidiabile che l’ha condotto verso il successo, ma anche verso la rovina.

L’eccesso come chiave registica e narrativa

Baz Luhrmann, per gestire in Elvis questi elementi legati al vissuto più intimo del personaggio e alla sua trasformazione in pilastro della musica, sceglie l’eccesso come perno centrale dell’esperienza cinematografica. Ciò, se è perfettamente funzionale nel dipingere gli aspetti artistici del protagonista, non lega bene con componenti più private e personali dell’artista. La strada narrativa intrapresa dalla sceneggiatura, scritta dal regista con il contributo di Sam Bromell, Craig Pearce e Jeremy Doner, non è sempre cronologica, ma molto spesso è guidata dalle emozioni.

I quadri della vita e della carriera di Presley sono frammentati, riproducendo bagliori e oscurità di un essere sensibile e imperfetto, con continui cambi di scena che non è sempre facile seguire. La regia, in modo similare,
è barocca: il film-maker, rimanendo fedele al suo stile eccentrico e fuori dalle righe, compone sequenze eclettiche, dove alla riproduzione di concerti de il Re, vengono accostate scene oniriche frutto della fantasia del regista, inquadrature da più punti di vista e frammenti in bianco e nero .

Un collage poliedrico che riesce ad ammaliare lo spettatore, ma anche a tenerlo distante dalle vicende del cantante statunitense. Un eccesso, quindi, in entrambi i lati: quando si avvicina all’empatia i sentimenti sono quasi tangibili, quando invece attraversa l’alienazione prende derive totalmente caotiche e scoordinate. Da sottolineare anche la particolare colonna sonora che, come già accaduto ne Il grande Gatsby, mischia la musica del periodo con cover moderne, coinvolgendo artisti come i nostrani Maneskin, Eminem, Tame Impala, Doja Cat, Jack White e molti altri.

Il risultato, inaspettato e suggestivo, valorizza enormemente Presley e la sua importanza e influenza nella storia del genere rock, figlio diretto del suo genio. Passando al cast, abbiamo un Austin Butler che regala un’interpretazione di Elvis trascinante come la sua musica, caleidoscopica e camaleontica nella sua capacità di passare agevolmente tra l’uomo e la divinità, mettendo in evidenza l’ansia e le paure, la gloria e l’autodistruzione.

Una performance squilibrata e toccante, figlia anch’essa dell’eccesso di Luhrmann, che sicuramente verrà tenuta in considerazione per gli Oscar 2023. Tom Hanks, d’altro canto, dà vita ad un personaggio più monocorde e meschino, maggiormente tradizionale e schematico, che con la bravura dell’attore tocca vette di insana brutalità e che riesce comunque, nonostante tutto, a rompere una breccia nel cuore degli spettatori.

Fonte : Everyeye