Perché non smetteremo mai di amare Lo Chiamavano Trinità…

L’ex nuotatore Olimpico e il ragazzo italo-tedesco dagli occhi azzurri, ogni volta che passano in televisione ci parlano e ci fanno divertire con i loro sguardi, con la plasticità soprattutto di una messa in scena in cui è possibile intravedere un recupero di ciò che erano Buster Keaton e Charlie Chaplin, i clown e forzuti del cinema più vetusto, il gongfu che in quegli anni faceva il verso a Bruce Lee e soci.

Se negli spaghetti western, citando Sergio Leone, un uomo che guardava fuori da una finestra riceveva una pallottola in fronte, nei fagioli western invece si prendeva un cazzotto sul naso, magari quel colpo “a piccione” che Bud Spencer rese un marchio di fabbrica da questo film.

Nativi, bandidos messicani, uomini di legge, cowboys, bounty killers, damigelle in pericolo, coloni, frati e signori del bestiame popolavano un universo in cui il mito si ritrovava in mutande, come tanti dei cattivi che avevano la sfortuna di trovarsi di fronte a questo improbabile duo di giustizieri morti di fame e assolutamente negati per il crimine.

Il perfetto film transgenerazionale

Si è parlato molto della comicità slapstick, della negazione della realtà che questo film ha lanciato come condizione necessaria affinché tutto fosse credibile. Può sembrare un paradosso ma invece è sempre stato l’ingrediente necessario affinché tutto risultasse coerente, l’antidoto alla drammaticità e all’epica portata avanti da Clint Eastwood e soci. Eppure tutto questo non basta a spiegare tanto amore, tanta affezione da parte di intere generazioni divise da moda, costumi, credo politici, storytelling e riferimenti culturali.

Qual è il motivo per cui ogni volta che questo film viene trasmesso in tv, con buona pace dei canali streaming, non ce n’è per nessuno, e la partita è già persa in partenza?

Oggi si parla molto di un pubblico in cui l’universo familiare è il target da raggiungere in qualsiasi modo. Ebbene risulta davvero difficile dopo tanti anni, immaginare un film più perfetto di Lo chiamavano Trinità…, grazie all’assenza totale di sangue e violenza, la completa opera di negazione della drammaticità storica di ciò che fu il Far West. Il che se ci pensiamo bene, era una vera e propria opera di controcultura per certi versi, soprattutto per come questo genere, in quegli anni della guerra del Vietnam, sarebbe poi stato utilizzato per distruggere il sogno americano, il mito della frontiera e della presunta superiorità morale di un paese edificato sul sangue dei nativi sparso anche al cinema tra gli applausi generali.

Lo Chiamavano Trinità… però non distrusse quel mito in senso storico, quanto piuttosto la sua rappresentazione cinematografica, connettendosi a capolavori del genere classico come Il Cavaliere della Valle Solitaria, l’Uomo che Uccise Liberty Valance o Un Dollaro d’Onore. Tutto l’universo dei fagioli western, non fu solo un affettuoso buffetto artistico all’Italia che sfornava a ripetizione le avventure più evitabili e spesso involontariamente comiche su pistoleri tutti uguali. Di base ci è sempre piaciuto perché ci ha ricordato che il mito, come Hollywood lo ha sempre voluto raccontare, non è mai esistito.

Noi italiani in fondo amiamo quei due fratelli perché sono poveri diavoli, morti di fame, ma dal cuore buono, sfigatissimi e condannati ad essere sempre uguali. E questa, bene o male, è una certezza che la nostra storia ci ha sempre insegnato, con buona pace di John Wayne e Stranieri Senza Nome…

Fonte : Wired