La strategia americana della “porta aperta” con la Cina

“Sotto il presidente Xi Jinping, il Partito Comunista cinese al governo è diventato più repressivo in patria e più aggressivo all’estero”. È la dura invettiva del segretario di Stato statunitense Antony Blinken che oggi 26 maggio ha tenuto alla George Washington University il tanto atteso discorso che delinea la strategia dell’amministrazione di Joe Biden con la Cina. L’intervento era inizialmente in programma lo scorso 5 maggio, ma è stato posticipato per la positività al Covid di Blinken, rilevata proprio il giorno prima del discorso.

Durante l’intervento, Blinken ha affermato che la strategia americana verso la Cina si può riassumere in tre parole: “investire, allineare e competere”. Investire negli Stati Uniti, allinearsi con gli alleati e i partner e competere su un terreno equo.

Il piano Usa per contrastare Cina e Russia nel Pacifico

Il responsabile della diplomazia statunitense ha riconosciuto che l’impegno economico e diplomatico profuso negli anni per costringere il Partito Comunista Cinese a rispettare l’ordine guidato dagli americani non ha prodotto alcun risultato. Blinken ha così presentato l’obiettivo di formare coalizioni con altre nazioni per limitare l’influenza del Partito comunista cinese e cercare di arginare la sua assertività. “Daremo forma all’ambiente strategico intorno a Pechino per far avanzare la nostra visione di un sistema internazionale aperto e inclusivo”, ha affermato il segretario di Stato.

I rapporti ai minimi storici

Le dichiarazioni di Blinken ricalcano la visione statunitense sulla Cina mostrata già nei giorni scorsi, quando il presidente Joe Biden ha compiuto in viaggio in Asia orientale dove ha incontrato i tre leader del Quad, il formato a quattro che comprende Usa, Giappone, India e Australia per rispondere alle sfide poste alla sicurezza dell’Indo-pacifico, e ha lanciato l’Indo-Pacific Economic Framework (Ipef), l’ambizioso piano d’investimenti e rafforzamento dei rapporti commerciali che punta ad aumentare la presenza Usa nell’area e contrastare l’influenza cinese.

Ipef: cos’è il piano economico voluto dagli Usa per contrastare la Cina

Le relazioni tra Cina e Stati Uniti hanno raggiunto il livello più basso nella storia tra le due superpotenze: Washington e Pechino hanno iniziato un controverso conflitto su questioni come il commercio, i diritti umani e la sicurezza informatica. Washington ha in più occasioni condannato le azioni della Cina ad Hong Kong, nel Mar Cinese Meridionale e il trattamento riservato alla minoranza uigura nello Xinjiang, e ha esortato Pechino a seguire le regole internazionali per il commercio equo.

Eppure gli Usa non sono intenzionati a imbattersi in una Guerra Fredda con la Cina, rassicura Blinken. Il segretario di Stato riconosce nell’attuale leader cinese una figura che ha sfruttato la stabilità e le opportunità fornite dall’ordine internazionale per minare l’ordine internazionale. La Cina è quindi descritta come una minaccia, ma l’amministrazione Biden è pronta a migliorare i rapporti diplomatici bilaterali per “chiarire le nostre preoccupazioni più profonde, comprendere meglio i punti di vista dell’altro, dissipare i dubbi sulle intenzioni degli altri”.

Una porta aperta?

La differenza di visioni non deve quindi tradursi in un conflitto bilaterale e per questo Washington sta mettendo in campo diversi strumenti per garantire un miglioramento dei rapporti tra le due superpotenze: il Dipartimento di Stato ospiterà infatti la “China House”, una nuova istituzione che punta al dialogo diplomatico tra Washington e Pechino. Gli Usa quindi vogliono avere e portare avanti “contatti diretti” con la Cina su diversi temi considerati “vitali”, ma non è ammessa una marcia indietro sulla tutela dei diritti umani.

Cosa dicono i “Xinjiang police files” sulla detenzione degli uiguri in Cina

L’oppressione degli uiguri nello Xinjiang, che Washington ha classificato come “genocidio”, e la repressione in Tibet e a Kong Hong non possono essere considerate, su volere di Pechino, questioni interne alla Cina su cui la comunità internazionale non ha il diritto di sollevare una condanna. Washington, però, non vuole trasformare il sistema politico cinese, ma dimostrare che il futuro appartiene a coloro che credono nella libertà.

Blinken ha presentato anche la visione dell’amministrazione statunitense su Taiwan, riagganciandosi alle ultime dichiarazioni del presidente Joe Biden, il quale ha risposto affermativamente alla domanda di un giornalista se Washington fosse pronta all’uso della forza per difendere Taiwan in caso di attacco. Per la Casa Bianca, ha sottolineato il responsabile della diplomazia statunitense, la politica degli Stati Uniti nei confronti di Taiwan non è cambiata e si rifà al principio di “una sola Cina”, ribadendo la contrarietà a qualsiasi modifica allo status quo dell’isola.

Il conflitto russo in Ucraina è invece la cornice entro la quale si delineano i rapporti tra Mosca e Pechino, invisi agli occhi di Washington. Le dichiarazioni della Cina prima e durante l’invasione russa dell’Ucraina hanno ulteriormente mostrato ai funzionari americani ed europei quanto sia complicato esercitare pressioni su Pechino. Nonostante la guerra lanciata dal presidente russo Vladimir Putin, la Cina è quindi la più grande sfida per gli Stati Uniti e i suoi alleati e perciò l’amministrazione Biden mira a “modellare l’ambiente strategico” attorno alla superpotenza asiatica per limitare le sue azioni sempre più aggressive.

Nel potente discorso di Blinken, dove non sono presenti sostanziaki novità, si scorge una fessura per garantire una maggiore e più pacifica cooperazione tra le due superpotenze. Quello che Blinken ha detto, senza però pronunciarlo apertamente, è che gli Stati Uniti saranno attenti alla sicurezza nazionale, ma non chiuderanno le loro porte alla Cina. Chissà se questo messaggio arriverà anche a Pechino.

Fonte : Today