Tripudio Roma: batte il Feyenoord ed alza la Conference League

Una squadra amata, malgrado tutto, e la finale di una coppa europea bramata, al di là di tutto. Un connubio forte, che ha reso quasi naturale l’invasione giallorossa a Tirana, il sold-out dell’Olimpico riempito dal popolo della Roma davanti ai maxi schermi, che ha velocemente trasformato la finale albanese contro il Feyenoord in un evento, elevandolo dal rango di semplice match con in palio un titolo. Un trionfo, nella sponda giallorossa della capitale, mancava all’appello da quasi quindici anni, dalla stagione del doble tricolore Coppa Italia-Supercoppa targato 2008: poi le finali, perse, ed un Europa che continuava a sbattere porte in faccia. In maniera meno dolorosa del secolo scorso, quando sul prato dell’Olimpico si consumarono due beffardi epiloghi nell’atto conclusivo di Coppa Campioni e Coppa Uefa, ma comunque in modo netto.

Normale, pertanto, che arrivare puntuali all’appuntamento col successo all’Arena Kombetare avrebbe significato congiungersi in un simbolico abbraccio con la storia, e questo senza correre il rischio di amplificare in maniera esagerata la portata della vittoria e men che meno di peccare di presunzione. C’era insomma una pagina nuova da scrivere e da vivere, non una vecchia – strappata dalla rabbia – da rivivere. La Roma ha saputo farlo: ha saputo vincere, con buona pace di chi si era già prodigato nel fare opera di “downgrade” della competizione, bollata come la sorella povera della famiglia europea perché piena di formazioni con quarti di nobiltà calcistica limitati o addirittura assenti. Asserzione che peraltro va in aperta contraddizione con le oggettive difficoltà che comporta arrivare in fondo, a prescindere dall’avversario.

Per tingere di giallorosso non solo Tirana, già apertamente schierata al fianco dell’Italia, ma anche il palco della premiazione, la squadra di Mourinho ha capitalizzato l’unica vera palla gol del primo tempo disinnescando al contempo il Feyeenord con organizzazione difensiva e corsa: un guizzo di Zaniolo davanti, più ordine ed attenzione nelle retrovie, è bastato per andare al riposo in vantaggio pur con la rinuncia ad un Mkhitaryan forse rischiato con troppa fretta dopo la prolungata inattività ed infatti uscito di scena quasi subito. Poi, nella ripresa, la sfuriata iniziale olandese unita ad un evidente calo fisico (inevitabile per il dispendio di energie profuse nel coprire gli spazi sul rapido possesso palla degli avversari, e contrastarne adeguatamente la velocità) ha portato a venti minuti di sofferenza. A respingere al mittente il Feyenoord sono i pali ed un Rui Patricio provvidenziale, schermato da uno Smalling a tratti gladiatorio (ma gli elogi sono da tributare a tutto il pacchetto arretrato), con lo spirito di sacrificio della squadra a fare da collante.

Il triplice fischio è quasi liberatorio. Dopo dodici anni, l’Italia rientra così nell’albo d’oro di una competizione continentale. Lo fa con la Roma, lo fa con la prima edizione della Conference League che viene addobbata con nastrini tricolore, ci riesce tra il tripudio dei tifosi – tantissimia Tirana e nella capitale, con una vittoria magari a basso tasso di spettacolarità, ma profondamente sincera nell’ammirevole determinazione messa per perseguire l’obiettivo. Serviva scrivere la storia: José Mourinho e la sua squadra lo hanno fatto. L’Europa torna così a riappacificarsi con l’Italia dopo oltre due lustri di delusioni. Ed a sorridere alla Roma dopo più di mezzo secolo.

Fonte : Today