Uber torna in Italia: firmato un accordo con i tassisti

Uber, alla fine, arriva “davvero” in Italia. La compagnia statunitense di ride sharing ha siglato ieri un accordo con IT Taxi, il più grande operatore di prenotazione nel paese: oltre dodicimila tassisti, in novanta città, useranno l’app per permettere alla clientela di riservare un passaggio. L’accordo diventerà operativo tra circa un mese. Si parla di “pace strategica”: una mossa che, dopo anni di scontri e di polemiche, mira a rafforzare la posizione di Uber nella quarta economia dell’eurozona. A fine marzo un accordo molto simile era stato raggiunto con i tassisti di New York.

“L’accordo siglato con Uber è un traguardo importante che porterà progressivamente più corse ai tassisti del nostro consorzio. Si tratta di un passo in avanti per il nostro lavoro e un servizio in più per i clienti che hanno bisogno di muoversi agilmente nelle principali città italiane”, ha affermato Lorenzo Bittarelli, presidente della cooperativa Radiotaxi 3570, a capo dell’app IT Taxi. Dara Khosrowshahi, amministratore delegato di Uber, ha dichiarato: “Si tratta davvero di un accordo storico in uno dei nostri mercati strategicamente più importanti a livello globale”. Uber non ha divulgato i dettagli finanziari dell’accordo. 

La notizia arriva dopo anni di opposizione feroce da parte dei tassisti italiani alla penetrazione di Uber nel mercato della mobilità. Nel 2015, una sentenza del Tribunale di Milano aveva tacciato l’app di ride sharing di concorrenza sleale. Era seguita a ruota una sentenza simile del Tribunale di Torino nel 2017. Nello stesso anno, le auto bianche avevano bloccato per giorni le città italiane, per protestare contro il cosiddetto decreto Milleproroghe, che, a detta degli scioperanti, avrebbe lasciato campo libero proprio alle app di ride sharing. Le vicissitudini legali erano continuate nel corso degli anni successivi. Prima dell’accordo di ieri, solo in sei città italiane era possibile usufruire, con una disponibilità parecchio limitata, dei servizi di Uber Black (la versione più di lusso del servizio), mentre Uber X e Uber Pop continuavano a essere vietati su tutto il territorio.

Restano diversi nodi da sciogliere rispetto al modello di business di Uber. Oltre al problema della concorrenza e delle licenze, c’è quello della tipologia di lavoro dei driver, che attualmente operano in regime di libera professione, ma che in diverse istanze hanno chiesto di essere inquadrati come dipendenti. Dopo cinque anni la Corte Suprema del Regno Unito è giunta proprio a questa conclusione: gli autisti di Uber sono dipendenti in quanto l’azienda stabilisce i prezzi delle corse ed esercita sulla loro attività un controllo significativo. In Italia la gig economy e la precarietà digitale interessano più di mezzo milione di persone, secondo uno studio dell’ Istituto nazionale per l’analisi delle politiche pubbliche (Inapp) uscito all’inizio del 2022. Metà di queste persone ha iniziato a lavorare per le piattaforme per mancanza di alternative per il proprio sostentamento.

Fonte : Wired