La giovane mamma strangolata e uccisa per pochi spiccioli: definitive due condanne all’ergastolo

Venne strangolata e uccisa, non lontano dalla figlioletta che allora aveva appena 11 mesi, per pochi spiccioli e qualche oggetto di modesto valore. Ad ammazzare Alina Elena Bità, 28 anni, il 9 ottobre del 2017, nella casa in cui viveva col marito a Cerda (Palermo), in via Sciolino, furono – come ha sancito ora definitivamente anche la Cassazione – Paul Andrei Todariscu, 22 anni, e Florin Buzilà, di 21: i due, peraltro cugini della vittima, dovranno scontare l’ergastolo. La condanna al carcere a vita per gli imputati era stata stabilita sin dal primo grado di giudizio, in un processo che si è svolto con il rito abbreviato.

In appello, l’anno scorso, la Corte d’Assise presieduta da Mario Fontana aveva ritenuto insussistenti due aggravanti (i futili motivi in relazione alla rapina e quella di aver commesso l’omicidio in presenza di minorenni), ma non aveva comunque concesso sconti. La famiglia della vittima si è costituita parte civile con l’assistenza dell’avvocato Giuseppe Minà. Quella mattina, la donna, di origine romena, si era fidata ed aveva aperto la porta ai suoi parenti, non poteva immaginare quali fossero le loro reali intenzioni, cioè derubarla. Come hanno stabilito i giudici di secondo grado, la bambina della vittima non era nella stessa stanza quando la madre venne strangolata (come si era inizialmente ipotizzato e come la Procura ha sempre sostenuto).

Todariscu (che aveva ammesso le sue responsabilità) e Buzilà vennero fermati dai carabinieri qualche mese dopo il delitto e inizialmente si accusarono a vicenda. Poi il primo confessò davanti al gup di Termini Imerese che l’amico avrebbe tenuto ferma la donna mentre lui l’avrebbe strangolata: “Sono stato io ad uccidere Alina – aveva dichiarato – mi sono avventato su di lei stringendole il collo con tutte le mie forze”. I due erano stati condannati all’ergastolo per la prima volta il 4 ottobre del 2020. Il corpo della vittima venne trovato sul pavimento della sua casa e a lanciare l’allarme era stata una vicina, preoccupata per il pianto incessante della figlioletta della donna.

Gli investigatori avevano sentito a lungo il marito di Alina Elena Bità, che al momento del delitto era come ogni giorno al lavoro. La pista dell’omicidio si era palesata solo in un secondo momento, per via di alcuni segni sul collo della giovane. Fondamentale per dare una svolta alle indagini era stato il lavoro del Ris di Messina, che era riuscito ad individuare una traccia del dna di Todirascu sotto un’unghia della vittima.

Fonte : Today