5 motivi per cui Holly e Benji era un cartone spettacolare

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Può sembrare un’affermazione estrema, ma molti degli ideali, dei principi morali e dell’educazione dei figli degli anni ’80 proviene dai cartoni animati. Da Holly & Benji a Mimì e la nazionale della pallavolo, passando per le centinaia di serie tratti da fumetti giapponesi che invasero i canali nazionali, Mediaset (ai tempi Fininvest) e locali dalla seconda metà degli anni 70, queste produzioni erano tutte contraddistinte da un marcato intento didattico. Lungo, lunghissimo, pressoché infinito. Uno degli aspetti più assurdi, epici e caratteristici di questo anime era la durata delle partite, 90 minuti che si dilatavano del doppio o del triplo tramite l’uso di slow motion, flashback e il famigerato campo di calcio che i giocatori impiegavano ore a percorrere, tanto che questo sembrava essere lungo chilometri. Il motivo per tale effetto era dato dalla necessità di escludere dall’inquadratura i personaggi su cui una determinata azione non era incentrata: creando una linea dell’orizzonte priva di figure che interferissero, i protagonisti ottenevano la centralità e l’attenzione desiderati. Il risultato era il singolare effetto di un campo immenso e partite di durata millenaria, che servivano anche lo scopo di “allungare il brodo” il più possibile: un po’ come per Il trono di spade, anche per Holly & Benji si poneva il problema che la narrazione delle fonte letteraria procedeva in modo troppo lento, lasciandosi superare da quella dell’adattamento.   Holly & Benji è stato un cartone meraviglioso anche per i miracoli che riuscì a compiere: tra questi il più lampante è l’essere riuscito a far appassionare il pubblico femminile al calcio. Un’intera generazione di bambine che disdegnavano il rude sport e osservava con sguardo laconico i compagni maschi prendere a calci una palla durante l’intervallo svilupparono l’interesse per questa disciplina grazie all’approccio intrigante del cartone. Blandite dalle personalità dei protagonisti – a una piaceva Holly, a un’altra Benji, tutte le altre erano schierate “Team Julian Ross” o “Team Mark Lenders” – metabolizzarono anche il gergo calcistico, ritrovandosi a riconoscere una terminologia prima sconosciuta (rovesciata? assist?? dribblare??? fuori gioco????) e uno sport prima ignorati o addirittura disprezzati. Un uomo un mito. Mark Lenders, il più forte tra i rivali di Holly, era l’attaccante dei Muppet, squadra nota per la violenza dello stile di gioco. Mark (Hirotaka il suo nome originale, anch’esso americanizzato dal doppiaggio italiano) era cattivissimo, durante le partite menava di brutto ed era disposto a tutto per vincere. Era, tuttavia, abbronzato e coi capelli lunghi, sembrava più grande della sua età e quindi metà degli spettatori lo trovava cool e tifava per lui. Con il tempo il personaggio tenderà a ravvedersi, tanto da mostrare sensi di colpa per gli atteggiamenti aggressivi manifestati contro gli avversari (Julian Ross, vittima di gravi problemi di salute, in particolare), con un’evoluzione personale impensabile per i cartoni di quei tempi. Molti ragazzini cresciuti con i cartoni degli anni ’80 sono persuasi che quelli delle generazioni successive siano delle pappemolli. Si considerano più resilienti e tosti di tutti, perché ritengono di aver metabolizzato la volontà sovrumana dei personaggi degli anime, Holly & co. in primis. Lo spirito di sacrificio e il senso dell’onore radicati nella cultura nipponica sono manifestati all’ennesima potenza in questo cartone. In un modo che oggi troviamo affascinante e inquietante allo stesso tempo, insegnavano a non arrendersi mai, anche a costo della vita. Il caso più esemplare è quello del menzionato Julian Ross, asso del calcio afflitto da una malformazione cardiaca. Nel corso del cartone Julian rischia l’infarto varie volte perché continua a giocare nonostante i limiti del suo corpo. In modo meno drastico anche Holly e altri insegnano a non mollare al primo intoppo, un insegnamento prezioso che ha spinto orde di ragazzini a dare sempre il massimo.


Fonte : Wired