Cosa rimane del ‘triplice Vertice’ Nato, G7 e Ue

Unità, unità, unità. Se c’è una parola che è stata ripetuta in maniera incessante (per non dire assillante) negli ultimi giorni a Bruxelles questa è senza dubbio unità. È stato questo il leitmotiv del “triplice vertice” di Bruxelles, dove si sono svolte le riunioni del G7, della Nato e del Consiglio europeo. E il direttore del coro è stato il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, che ha partecipato anche al primo giorno al Summit Ue, in cui è stato l’invitato d’onore, accolto come una star (nonostante si sia presentato con oltre tre ore di ritardo). “La cosa più importante è l’unità dell’Occidente democratico contro la Russia autocratica”, ha detto il democratico venuto d’Oltreoceano per mostrarsi in prima linea nella battaglia al fianco di Volodymyr Zelensky.

Di fatto però le richieste del presidente ucraino, invitato anche lui per gli ennesimi interventi in video conferenza, prima al Vertice dell’Alleanza atlantica e poi a quello dei capi di Stato e di governo dell’Ue, sono state ancora una volta respinte. Zelensky, che ha abbandonato ormai la battaglia per una No-Fly zone, ha chiesto armi offensive e maggiori sanzioni contro Mosca. “Avete almeno 20 mila carri armati. L’Ucraina ha chiesto l’1 per cento di tutti i vostri cingolati. Di darceli o di venderceli, ma non abbiamo avuto una risposta chiara”, ha detto. Ma la risposta invece è stata piuttosto chiara: non se ne parla proprio.

“La Nato ha fatto una scelta, quella di sostenere l’Ucraina per fermare la guerra, senza fare la guerra”, ha detto Emmanuel Macron, e per questo “continueremo a fornire armamenti” ma “con una linea rossa: non essere cobelligeranti”. Che tradotto significa che le armi fornite possono essere solo difensive e non offensive, perché altrimenti sarebbe come dare il segnale di appoggiare un attacco contro la Russia. Anche il britannico Boris Johnson, che pure è tra quelli che appoggiano la linea più dura, ha fatto capire di non voler superare quella linea rossa. “Siamo coscienti che questo è quello che chiede” Zelensky, ha detto riferendosi a carri armati e caccia, ma “l’equipaggiamento che pensiamo sia più importante al momento sono missili, che possono usare per difendersi”. Comunque per Kiev meglio di niente.

Anche dal punto di vista delle sanzioni l’Europa ha concordato poca roba. Si pensa a un rafforzamento di quelle esistenti e si lavora ad allungare la lista di persone e imprese colpite. Ma di fare a meno del tutto di petrolio e gas di Mosca manco a pensarci. Ridurre gli acquisti di gas rublo, che ormai si compra solo in rubli, quello sì, si può fare. E per aiutare gli europei nell’impresa Biden è stato ben felice di offrire il suo aiuto, promettendo uno sforzo per fornire al vecchio continente maggiori quantità di Gas naturale liquefatto statunitense. Uno sforzo eroico che è anche un ottimo affare per gli Usa, che possono così puntare a conquistare sempre più fette del nostro mercato. E così dall’altra parte dell’oceano arriveranno almeno 15 miliardi di metri cubi quest’anno e l’obiettivo è “assicurare una domanda stabile di ulteriore Gnl statunitense almeno fino al 2030. Puntiamo a circa 50 miliardi di metri cubi all’anno”, ha detto la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, nel presentare questa mattina l’accordo insieme a Biden. Per Washington un accordo niente male.

Dove Usa e Ue sembrano intenzionati davvero a mostrare unità è nella pressione su Pechino perché non si schieri al fianco di Mosca nell’invasione. E per farlo sono pronti a colpire la Cina in quello che le preme di più: gli affari. Biden proprio la scorsa settimana ha avuto una telefonata con Xi Jinping e gli ha fatto capire quanto potrebbe pesare per il gigante asiatico se decidesse di fornire a Putin armi o scappatoie economiche alle sanzioni. “Non ho fatto minacce, ma ho sottolineato il numero di società americane che hanno lasciato la Russia a causa di quel comportamento barbaro”, ha detto l’inquilino della Casa Bianca in una conferenza stampa, aggiungendo che Pechino “capisce che il suo futuro economico è molto più legato all’Occidente che alla Russia”. A buon intenditor poche parole.

Al di là delle dichiarazioni di sostegno all’Ucraina e delle photo opportunity, degna di nota è stata la battaglia del premier spagnolo, Pedro Sanchez, che ha lottato con le unghie e con i denti per ottenere la possibilità di imporre un tetto ai prezzi di vendita del gas, da parte dei produttori, in Europa. Lo scontro con Olanda e Germania è stato feroce nell’ultimo giorno del Vertice, portando la riunione a durare fino alle sette di sera passate, mentre di solito a ora di pranzo i leader sono già in viaggio verso a casa. Amsterdam e Berlino hanno difeso a spada tratta il diritto del mercato di sancire i prezzi dei prodotti, la legge suprema del capitalismo.

Ma alla fine, di fronte all’ostinazione dello spagnolo, che aveva al suo fianco il portoghese Antonio Costa e l’appoggio degli altri Paesi mediterranei come l’Italia e la Grecia, il compromesso che è stato trovato è stato quello di riconoscere una sorta di statuto speciale per la penisola iberica, che così da sola potrà imporre un tetto ai prezzi. Per il resto d’Europa se ne parlerà (forse) a maggio quando la Commissione presenterà una proposta complessiva. Ma allora la guerra in Ucraina sarà, o almeno questa è la speranza, ormai finita, e con essa la crisi. E allora forse potremmo pure tornare a comprare il gas russo senza fare tanto scalpore, e magari dopo qualche mese, i tedeschi potrebbero pure aver inaugurato il Nord Stream 2.

Fonte : Today