I Segni del Cuore Recensione: una dramedy con tanto cuore agli Oscar 2022

C’è un outsider che si contenderà la statuetta per il Miglior Film il 27 marzo sul palco del Dolby Theatre. No, non parliamo di Drive My Car, ma di una pellicola indipendente da 10 milioni di dollari di budget (comprata da Apple in esclusiva per 25, ma disponibile nel nostro Paese su Sky e NOW) che negli ultimi giorni sta scombinando le scommesse del toto-oscar. Ci riferiamo ovviamente a I Segni Del Cuore o, con un titolo più didascalico e meno edulcorato, CODA (acronimo di child of deaf adult, figlio di una persona sorda). I recenti PGA hanno bocciato Il Potere del Cane, il grande favorito di quest’anno tra le nomination agli Oscar 2022 in favore del film di Sian Heder sulle vicende di una ragazza unica udente in una famiglia di sordi. Una pellicola fresca, ma allo stesso tempo “vittima” di un meccanismo drammaturgico reiterato che non eleva né la scrittura né l’esecuzione, lasciandoci un titolo assai godibile, ma molto probabilmente non destinato ad agguantare il premio per il quale gareggia.

Il bruco e la farfalla

Ruby Rossi (Emilia Jones) è una ragazza con tante responsabilità sulle spalle. È l’unica udente della sua famiglia composta da padre, madre e fratello maggiore. Ogni mattina si sveglia prestissimo per dare una mano nell’attività di pesca dei suoi, per poi precipitarsi a scuola, dove il più delle volte non le resta che crollare esausta sul banco. Ruby è l’interprete di due mondi; permette ai genitori di interfacciarsi con persone udenti in ogni singola (anche imbarazzante) attività quotidiana ed è presa di mira dai bulli del liceo per via di quella famiglia così singolare che tende ad isolarsi nella propria condizione, ma che non la vive come un handicap, bensì come una spaccatura netta tra due realtà coesistenti, che non prevedono contaminazioni o mediazioni che non passino per la figlia.

Come tutte le adolescenti, però, Ruby ha altri interessi, quello per i ragazzi e un sogno che l’accompagna da una vita intera, quello del canto, che non riesce a far comprendere ai famigliari, ma che emerge man mano nel rapporto con un istrionico professore di musica che riuscirà a sviluppare nel concreto questa passione e le permetterà anche di relazionarsi con l’altro sesso. Ora non rimane che spiegare ai genitori che il suo desiderio è di frequentare il college e lasciare il nido; riuscirà a farlo e a non vivere con il rimorso di aver abbandonato la sua famiglia ad una realtà che non appartiene loro e con la quale faticano ad interfacciarsi?

Apri tutte le porte

I Segni del Cuore gioca tutto sul piano dell’integrazione, dell’accettazione dell’altro e, soprattutto, di se stessi. Immancabile la classica diffidenza degli udenti nei confronti di chi è “diverso”, che sfocia nel classico bullismo scolastico e rappresenta uno dei più prevedibili motori dell’azione, ma più interessante è la scelta di calarci appieno nel vissuto famigliare di Ruby, dove lo scetticismo che si riversa esponenzialmente su ciò che non si conosce è ancora maggiore e genera forse pregiudizi più importanti.

Emblematica in tal senso è la contrapposizione tra i due mondi che emerge nella scena del saggio scolastico della ragazza, che non riesce a dimostrare nei fatti la sua passione e la sua bravura ai genitori i quali, però, attraverso l’osservazione delle reazioni circostanti, sviluppano il desiderio di attraversare quel confine tra i due mondi, per giungere quindi al terzo atto e alla risoluzione.

A livello narrativo I Segni del Cuore ha tutti gli elementi tematici e valoriali per conquistare il pubblico ed è difficile non farsi coinvolgere dalle vicende di Ruby tra gli alti e i bassi della sua esistenza, a dimostrazione del fatto che le storie di riscatto dal sapore dolceamaro funzionano sempre, non importa quante volte siano state reiterate nelle più diverse salse. Ciò che non convince nella pellicola di Sian Heder è il rilassamento drammaturgico al quale assistiamo, coccolati dalla verve comica che emerge dagli insegnamenti del professore di musica ben incarnato da Eugenio Derbez e dall’interpretazione degli spassosi dialoghi imbastiti attraverso il linguaggio dei segni. Il punto di vista di Ruby risulta sempre totalizzante, vincolando e limitando gli sviluppi dei personaggi secondari e le vicende a loro legate.

Un esempio su tutti, la storia d’amore con Miles, risibile se proiettata in una prospettiva più ampia dei plot point necessari a raggiungere determinati risultati all’interno della trama. Lo stesso bullismo e il rapporto con l’amica Gertie paiono assai più strumentali di quanto dovrebbero essere, senza evidenziare particolari guizzi di approfondimento o risoluzione – e anche il fondamentale rapporto col fratello va poco più lontano.

Per non parlare del processo di integrazione e di riscatto economico della famiglia Rossi, vissuto attraverso una serie di montaggi alternati musicati, nel più classico degli stilemi di editing che aiutano a condensare dinamiche e situazioni per favorire sviluppi ritenuti più importanti. Una scelta comprensibilissima, ma molto limitante soprattutto in chiave drammaturgica, per una pellicola coming-of-age che intrattiene con il sorriso e con la lacrimuccia di rito, forte della bravura del suo cast (Troy Kotsur potrebbe essere vicino all’Oscar), senza compiere quel balzo che la elevi a qualcosa di memorabile.

Fonte : Everyeye