Il Ponte delle Spie, la sottile accusa di Spielberg alla blacklist di Hollywood

Un mai banale Steven Spielberg ci regalò, nel 2015, uno dei migliori film di questa fase della sua carriera: Il Ponte delle Spie è un affresco credibile e riuscito dell’America degli anni della Guerra Fredda ma, come sempre quando c’è di mezzo un regista come quello di Schindler’s List, osservando attentamente è possibile scorgere molto altro.

Nel presentarci la sua visione dei rapporti tra Stati Uniti e Russia post-Seconda Guerra Mondiale, infatti, Spielberg ha voluto dedicare anche un passaggio a quelle che erano le contraddizioni interne di quegli USA da sempre postisi come simbolo di libertà contro il nemico sovietico, ma al tempo stesso pronti a censurare qualunque voce di dissenso.

Hollywood, in tal senso, rappresentava un perfetto riassunto dell’atmosfera che in quegli anni si respirava negli Stati Uniti, con professionisti come Dalton Trumbo letteralmente fatti fuori dall’industria a causa delle loro idee: proprio al sistema delle blacklist hollywoodiane Spielberg ha dunque voluto far riferimento, includendo in un’inquadratura il tabellone di un cinema con in programma Spartacus ed Exodus, i primi film per i quali Trumbo fu accreditato dopo esser stato letteralmente esiliato da Hollywood nel 1947.

Un modo sicuramente sottile ma efficace per ricordare agli spettatori quanto la Hollywood dell’epoca fosse spietata nel reprimere gli artisti anche solo vagamente sospettati di seguire ideali vicini a quelli comunisti (vi dice qualcosa Lucy Ball?). Per saperne di più, comunque, qui trovate la nostra recensione de Il Ponte delle Spie.

Fonte : Everyeye